Etica e letteratura

Gli ammiratori di Nietzsche.
La morale del “suolo” nelle esperienze letterarie di Gide e Sartre

Stefano Scrima

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Stefano Scrima si è laureato in Filosofia morale (Laurea magistrale) presso l'Università degli Studi di Bologna, con una tesi su Miguel de Unamuno. Nella stessa Università, ha conseguito la laurea in Filosofia della storia con una tesi su Albert Camus. Tra il 2009 e il 2013 ha trascorso diversi periodi di studio presso l'Universitat de Barcelona e l'Universidad Autónoma de Madrid. Collabora a numerosi siti universitari, filosofici e letterari.


Egli non è in alcun modo il coronamento della creazione: ogni essere è, accanto a lui, su uno stesso gradino di perfezione… E affermando questo, affermiamo ancora sempre troppo: relativamente parlando, l'uomo è l'animale peggio riuscito, il più malaticcio, il più pericolosamente aberrante dai suoi istinti.

Friedrich Nietzsche, L'anticristo

 

 

André Gide e Jean-Paul Sartre hanno in comune la capacità d'esplorare le trame delle frustrazioni figlie della società contemporanea, il coraggio d'osare e raccontare i meandri disordinati dell'esistenza, sovente avvertita come carico eccessivamente penoso per le piccole spalle degli uomini. Entrambi coinvolti, in diversa misura, in quella corrente filosofico-letteraria che prese il nome di esistenzialismo: Sartre a tutti gli effetti, fino a diventarne il caposcuola francese, Gide, invece, solo marginalmente; celebrato piuttosto come precursore dello sguardo esistenzialista che si fa narrazione, e traghettatore della Francia di fine Ottocento verso il nuovo fervore letterario europeo. Condivisero, con occhi differenti, le esperienze più significative del XX secolo: il primo abbracciò la Resistenza – si tratta d'impegno intellettuale – con l'energia dei suoi quarant'anni, mentre il secondo, ultraottantenne, non poté che assumere a riguardo il disincanto d'un uomo giunto al termine delle sue fatiche. Del resto l'evoluzione dell'engagement sartriano è dovuta anche a questo, alle particolari contingenze che legarono l'uomo alla realtà. Gide visse una giovinezza diversa, quella d'una generazione che si apprestava, con l'entusiasmo positivistico da lui rinnegato, a viver l'ebbrezza del nuovo secolo, quello che, nonostante le promesse di rigoglio indefinito, sarebbe diventato il vero e proprio teatro dell'assurdo, o il mattatoio della storia.

La differenza tra questi due giganti, oltre al ruolo giocato dalla letteratura nella società – lo scrittore ha sempre, nolens volens, responsabilità sensibilizzante nei confronti del lettore (Sartre); l'opera d'arte risponde all'intima necessità dell'esperienza di sé  (Gide)  –  si incontra nella funzione assunta

dalla filosofia nelle loro rispettive produzioni letterarie. Sartre fu filosofo oltre che romanziere – questo è pacifico –, Gide no: pervicace homme de plume, non teorizzò mai una propria filosofia, non scrisse il suo L'être et le néant; si "limitò" ad accogliere gli impulsi filosofici proposti dal contesto culturale dell'epoca, i più affini alle sue esigenze spirituali.

 

Occorre anzitutto fare una considerazione preliminare a sostegno delle "incursioni" qui proposte: dopo Nietzsche il mondo non fu più lo stesso. Egli è il confluire di vie precedentemente abbozzate, lasciate seccare o mal seminate, scordate sotto terra fino all'arrivo del filosofo di Röcken, che con aforismi e "martello" ri-scolpì i lineamenti del pensiero occidentale. Conosciamo bene la fortuna del corpus nietzscheano – la letteratura non sfuggì ai suoi aculei.  

 

Si può dire così che Sartre, nato nel 1905, ebbe modo di tesaurizzare gli insegnamenti nietzscheani che accompagnarono tutta la riflessione filosofico-culturale della prima metà del Novecento europeo. La stagione post-nietzscheana avvertì infatti obbligato il confronto con questo autore capitale (si veda la cosiddetta Nietzsche-Renaissance), cuspide e frattura della tradizione filosofica dominante. Ciò significa che Sartre poté nutrirsi di un'atmosfera rigenerata, di un mondo dal suolo più fermo – o più sdrucciolevole? –, cosciente del suo inestimabile valore, insostituibile; d'una «fedeltà alla terra», unica possibile dimensione dell'esistenza, eletta a nuova morale. Significa un'antimetafisica come punto di partenza, una libertà riscoperta in tutta la sua potenza "condizionante". Non si vuol qui affermare un "niceismo" sartriano, bensì suggerire un suggestivo confronto fra alcuni tratti fondamentali del pensiero nietzscheano (uno su tutti la «morte di Dio») – senza i quali non si potrebbe comprendere del tutto Sartre e la sua generazione – e alcuni punti fermi dell'autore de La nausée.

 

La liaison intellettuale tra Gide e Nietzsche fu, per motivi cronologici, meno "scontata": necessitò d'un abbandono entusiastico da parte del letterato francese alle coinvolgenti brame d'emancipazione scorte in superficie agli scritti del filosofo, i quali cominciavano a circolare in Europa negli ultimi decenni del XIX secolo. La lettura gidiana di Nietzsche, naïf e poco approfondita, risulta il perfetto viatico per l'abluzione dalla morale tradizionale, sia in termini esperienziali che letterari. Se Sartre si ritrovò al cospetto d'un Nietzsche rielaborato e ormai confezionato dalla critica, che pretese di conoscerlo fino in fondo, Gide ebbe la "fortunata" possibilità di crearsi un Nietzsche personale, epurato da molti dei suoi aspetti (che poi diventarono) caratteristici, per esser esaltato come il filosofo dell'«energia creatrice». In una lettera del 1898 leggiamo:

«[Nietzsche] riempie di vita gioiosa [gli uomini], con essi vive nel mezzo delle rovine e vi semina a più non posso. Mai è così esuberante di vita come quando si tratta di mandare in rovina cose mortali e tristi. Allora ogni pagina è saturata da una energia creatrice: indistinte  novità  vi  si  agitano;   sa  prevedere,   sa  presentire  e  chiama  a  raccolta  e  ride.

Opera stupenda? No, ma prefazione d'opere stupende. Dunque Nietzsche demolisce? Suvvia! Vi dico che costruisce, è tutto indaffarato a costruire».[1]

 

Fu questa la filosofia di Gide, quella che poté salvarlo dall'imputridirsi della morale puritana che lo stava risucchiando nelle sabbie del peccato; bastò questo allo scrittore francese per esaurir l'esigenza d'una propria edificazione filosofica: tutta la sua opera, a vari livelli, da Les nourritures terrestres a L'immoraliste, da Les caves du Vatican all'autobiografia Si le grain ne meurt, sarà permeata da questa volontà di liberazione e accettazione della vita, che trovò nel suo Nietzsche lo slancio filosofico iniziale.

Leggiamo questi passi esemplificativi dal breve romanzo autobiografico L'immoraliste:

 

«L'aria era luminosa. Le cassie, i cui fiori spuntano assai prima delle foglie, la imbalsamavano: a meno che non venisse da ogni parte quella specie d'odore leggero, incognito che mi pareva entrare in me da più sensi e mi incantava. […] Mi divertivo ad ogni rumore. Mi ricordo d'un arbusto la cui scorza da lontano mi pareva d'una consistenza così bizzarra che dovetti alzarmi per andarla a palpare. Più che toccarla la carezzavo: ci trovavo un rapimento… […]. Dovevo forse nascere alla vita in quel mattino?».[2]

 

Il protagonista del romanzo, Michel, alter ego dello scrittore, viene rapito dall'ebbrezza sprigionata al contatto con la natura, dalla riscoperta febbrile della corporeità. Gide nasce a nuova vita, purificato, cogliendo appieno la portata dell'insegnamento nietzscheano.

 

Torniamo a Sartre. Instancabile scrittore – filosofo, romanziere, critico letterario, giornalista – non scrisse mai di Nietzsche, o perlomeno mai gli dedicò studi o articoli monografici. Ma ora si potrebbe obiettare: nemmeno Gide scrisse di Nietzsche, salvo qualche lettera privata! È vero, ma Gide non si dava né alla critica né alla filosofia,[3] Sartre sì. È un paradosso: trattare degli influssi nietzscheani su un filosofo "indifferente" a Nietzsche. Alcuni sostengono che Sartre non "elaborò" mai un suo Nietzsche a causa d'una sorta di complesso d'inferiorità che lo paralizzava di fronte ai contemporanei più esperti in materia (ad esempio Bataille). Usciamo dall'impasse cercando d'attirar l'attenzione esclusivamente sulle opere narrative dei due autori francesi (la gran parte della produzione gidiana e una considerevole di quella sartriana), il che permette di concentrarci, in questo caso, sulle intersezioni filosofiche che saturano i romanzi di Sartre prescindendo dal Sartre filosofo. Cioè a dire: leggiamo i romanzi di Sartre e chiediamoci  che cosa,  contenutisticamente  e in

 


[1] André Gide, Lettere ad Angela, in Incontri e pretesti, tr. it. di Enrico Emanuelli, Bompiani, Milano 1945, p. 81.

[2] André Gide, L'immoralista, tr. it. di Eugenio Giovannetti, Jandi Sapi, Milano-Roma 1945, p. 52.

[3] Invero anche la lunga carriera di Gide contò episodi di critica letteraria e filosofica (soprattutto conferenze) e d'impegno sociale (i famosi resoconti dei suoi viaggi). Ciò non è sufficiente a sradicare il letterato francese dal suo ambito principale, il romanzo e il racconto.

parte anche stilisticamente, non potrebbe esser stato proposto ante Nietzsche.

 

«Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l'altro giorno. Quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com'era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne sono sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani».[4]

 

Che cos'è la Nausea se non la «morte di Dio»? Il lampo di coscienza che squarcia la nostra illusa quotidianità intrisa fino all'unghia di morale tradizionale, quel mostro decadente "inventato" da Socrate e Platone e poi riadattato dal Cristianesimo, il fautore del regno della repressione. La Nausea è l'apice del nichilismo, il momento in cui l'uomo scorge la possibilità, se non il dovere, di scacciare i falsi demoni a favore d'una trasvalutazione di tutti i valori; valori ascendenti, per la vita, il sangue, la carne, il corpo in tutte le sue manifestazioni, per la terra, la potenza, ma anche per il male, il dolore e le tenebre. Accettare la vita, rimaner fedeli alla terra, madre e sorella. Far trionfare le ragioni del corpo, delle mani con le quali sentiamo l'esistente opporsi e, nello stesso tempo, darsi a noi.

Roquentin (protagonista de La nausée) disprezza gli abitanti della cittadina di Bouville, i quali 

 

«[...] tentano di nascondersi [la Nausea] con il loro concetto di diritto. Ma che meschina menzogna: nessuno ha diritto; essi sono completamente gratuiti, come gli altri uomini, non arrivano a non sentirsi di troppo. E nel loro intimo, segretamente, sono di troppo, cioè amorfi e vacui; tristi».[5]

   

«Amorfi», «vacui» e «tristi», d'origine e destino non divini e celestiali, bensì bestie geniali, miseramente belli, e tuttavia sperduti nell'infezione di false credenze. I porcaccioni di cui parla Roquentin-Sartre sono gli stessi sbalorditi e sogghignanti frequentatori del mercato, quelli "interrotti" dall'uomo folle nietzscheano, ovvero tutti gli uomini incapaci di sostenere il tremendo peso dell'esistenza, incapaci di darsi forma. Essi sono di troppo giacché nascono e muoiono senza ragione, sono liberi e gratuiti, legati soltanto alla loro natura.

Il senso di Nausea, il disincanto, penetra anche nelle personalità dei personaggi sartriani che seguono a La nausée, dai racconti di Le mur alla tetralogia incompiuta Les chemins de la liberté; ma ciò che di nuovo emerge nei tre romanzi – L'âge de raison, Le sursis e La mort dans l'âme – che compongono quest'ultima, è la volontà d'approdare alla "età della ragione", responsabilizzarsi dopo la caduta dalla torre d'avorio della tradizione, sempre cieca alle esigenze del reale.

Le contingenze storiche fanno "contrarre" la Nausea a Mathieu (protagonista della trilogia) la quale permette al giovane professore di filosofia – anche qui alter ego dello scrittore – di riconsiderare la sua vita, morderla, come l'odore del cadavere putrefatto di Dio dà allo spirito libero la possibilità di riappropriarsi della sua esistenza, all'inseguimento di nuovi valori terrestri. Mathieu, a differenza delle  mire   superumane  di  Nietzsche,    fallisce  nel  suo  intento,    permane  "triste"   nel  pantano


[4] Jean-Paul Sartre, La nausea, tr. it. di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2005, p. 14.

[5] Ibid., p. 177.

dell'inettitudine. D'altronde la guerra non permette di pensare e Mathieu-Jean-Paul non ha mai ambito ad uscire dalla storia.                                   

 

Le differenze fra Nietzsche e Sartre sono evidenti e non si vuol qui insinuare un richiamo diretto dello scrittore francese all'autorità nietzscheana, solo proporre qualche plausibile spunto di lettura.

Sartre fu, non immeritatamente, il massimo esponente dell'existentialisme anche e soprattutto per il suo impegno filosofico, per il suo tentativo teoretico di penetrare le insondabili profondità della condizione umana. A differenza di Gide, egli volle elaborare un punto di vista prettamente personale sull'esistenza, seppur non estraneo agli esistenzialismi tedeschi di Heidegger e Jaspers, che sarebbe dovuto esser altrettanto foriero – come la proposta letteraria gidiana – d'un rinnovamento critico dell'approccio alla vita, lontano dalle consolazioni metafisiche e da false speranze di riscatto ultraterreno.

Romanzo e filosofia, in entrambe le esperienze letterarie qui ricordate, intrecciano legami essenziali, seppur dinamici, custodi d'un messaggio che la cultura contemporanea non dovrebbe dimenticare sugli scaffali impolverati delle biblioteche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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