Etica e letteratura

Letteratura, vita attiva, educazione.
Sull’estetica di Marc-Mathieu Münch

Mariangela Lopopolo

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Mariangela Lopopolo ha conseguito il dottorato in Letterature Comparate presso l’Università IULM di Milano, dove attualmente collabora alla didattica e alla ricerca. È autrice di vari articoli e del volume Che cos’è la letteratura comparata (2012). Ha partecipato ai Quatrièmes rencontres de l’effet de vie (Metz, 2012) dedicati al pensiero di Marc-Mathieu Münch.


Marc-Mathieu Münch è professore emerito di Letteratura Generale e Comparata all'Università "Paul Verlaine" di Metz. Presso lo stesso ateneo, è membro del Centro Écritures,[1] tra i cui maggiori assi di ricerca figurano i rapporti tra letteratura e spiritualità. I lavori condotti lungo quest'asse si caratterizzano per l'attenzione al fatto spirituale e alla compromissione morale insiti nella scrittura letteraria. Gettano così un ponte tra l'estetica e l'etica del quale Münch si pone a rappresentante di rilievo attraverso tutta la sua opera di studioso. Si tratta di un'opera che a partire dalla «pluralità del bello», si interroga sul «singolare dell'arte» per proporre, quindi, la teoria dell'effet de vie: l'«effetto vita».[2] Tale teoria definisce la letteratura come un funzionamento psichico capace di attivare il senso morale dei lettori ed inoltre partecipa al dibattito che, in Francia, ma anche altrove, attualmente è aperto sul ruolo del letterario nell'educazione.

Münch giunge a delineare la teoria dell'«effetto vita» indagando, innanzitutto, la nozione di bellezza nella storia dell'estetica e constatando che:

«Per secoli gli uomini hanno cercato di comprendere la bellezza. Eccellenti pensatori hanno trovato formule per definirla, formule in seguito contestate e quindi sostituite da altre, di epoca in epoca. […] Questo è durato fino alla lenta comparsa del relativismo verso il 1800. A partire da allora, si è ammesso che la storia della letteratura è fatta di bellezze successive e contraddittorie. Si è potuto apprezzare al contempo il Medioevo e Du Bellay, Ronsard e Malherbe, i classici e i romantici. Si è ammesso che le formule del bello dei diversi stili non hanno un denominatore  comune  sul  piano  delle  forme  e  dei  gusti.  Si  è compreso che le

 


[2] Dell'opera di Marc-Mathieu Münch si segnalano in particolare: La "Symbolique" de Creuzer, Ophrys, Paris 1976; (a cura di) Recherches sur l'histoire de la poétique, Peter Lang, Nancy-New York 1984; Le Pluriel du Beau. Genèse du relativisme esthétique en littérature. Du singulier au pluriel, Centre de recherche littérature et spiritualité, Université de Metz, Faculté des Lettres, Metz 1991; L'effet de vie ou le singulier de l'art littéraire, Champion, Paris 2004.

regole conosciute non avevano più senso, nell'estetica, perché si escludevano a vicenda. Le regole di Racine escludono il teatro di Shakespeare dal regno della bellezza? Ebbene, chi ama sia Racine sia Shakespeare deve rinunciare a credere alle regole. Deve ammettere che la "formula" del bello in letteratura è, come Proteo, indefinibile».[3] 

 

Egli ricorda che l'Ottocento segna l'inizio del relativismo estetico, ossia l'identificazione del concetto di bellezza con un «bello plurale» non più conforme a regole prestabilite, soggetto, invece, a continui mutamenti a seconda del "genio" dell'autore, delle epoche, dei luoghi, dei gusti e degli stili.

Una volta assunta l'affermazione romantica della «pluralità del bello», Münch cerca di andare oltre la mutevolezza delle forme estetiche per cogliere il «singolare dell'arte letteraria». Egli, infatti, ritiene che:

 

«Bisogna avere a questo punto il coraggio di rompere il concetto di bellezza, di separare l'esistenza e l'essenza, il bello multiplo e l'arte. Il bello multiplo non è che una serie di esperienze vere, non è un concetto costruito […]. L'arte, invece, è un concetto che proveremo a costruire pazientemente per quanto concerne la letteratura».[4]       

 

Nella costruzione del concetto di arte letteraria, Münch si avvale di un metodo che gli permette non tanto di trovare una verità, quanto di rendere oggettiva la sua teoria della letteratura: il metodo delle invarianti.

 

«Se la bellezza è plurale e l'arte è singolare, si viene a definire un campo infinito e limitato al tempo stesso. Per trovarne l'apertura e la chiusura, non vedo altra soluzione che affidarmi al metodo delle invarianti. […] Basarsi su ciò che hanno detto gli scrittori, purché siano d'accordo tra loro: ecco il metodo delle invarianti».[5]

 

Il metodo delle invarianti consiste nel confrontare quanto è stato detto a proposito di letteratura dai maggiori esperti del campo, ossia, secondo Münch, dagli scrittori stessi. Tale confronto presuppone una raccolta delle loro poetiche esplicite, per ricavarne l'essenza, o, appunto, l'«invariante» dell'arte letteraria:

«[Il metodo delle invarianti] consiste nel confrontare le poetiche esplicite degli autori. […] Ho dunque copiato su un grande quaderno tutto ciò che gli autori hanno detto del loro lavoro: le arti poetiche, le prefazioni, i pamphlet, i manifesti e i passaggi dei diari e delle corrispondenze che ho potuto leggere. Mi sono poi armato di una gomma enorme per cancellare tutte le affermazioni che  si  contraddicono.  Sapevo in anticipo che sarebbero state



[3] Marc-Mathieu Münch, L'effet de vie ou le singulier de l'art littéraire, cit., pp. 24-25. Questa e le successive traduzioni dal francese sono mie.

[4] Ibid., p. 26.

[5] Ibid., p. 30.

numerose, poiché ciascun autore costruisce la teoria della propria arte, della propria creatività; ma, d'altra parte, mi dicevo anche che non si può applicare onestamente il metodo delle invarianti se non si raccolgono tutte le diversità. […] Alla fine, quattro invarianti sono rimaste nel quaderno come sul fondo di una provetta di laboratorio».[6]

 

Le poetiche messe a confronto appartengono ad autori di epoche storiche e provenienze geografiche anche molto diverse, quali Dante, Du Bellay, Goethe, Sterne, Baudelaire, Pessoa, Yourcenar, il cinese Liu Xie, l'africano Komo-Dibi, l'indiano Bharata, tra gli altri. Münch osserva di fatto che, pur nella loro diversità, le riflessioni dei vari autori concordano su quattro invarianti, eminentemente riassunte dalla prima:

 

«La prima [invariante], che ingloba tutte le altre, afferma che un'opera d'arte riuscita è quella che crea nella psiche del lettore-uditore un effetto vita.

L'istante prima di iniziare la lettura di un testo letterario, siamo occupati e preoccupati dalle mille circostanze della vita reale. Non appena incominciamo a leggere, le preoccupazioni reali si attenuano e poi scompaiono più o meno completamente, nella misura in cui il testo riesce, se è un buon testo, a fabbricare progressivamente un'altra vita nella psiche del lettore. Questa nuova vita apporta altri luoghi, altre situazioni, altre persone ed avvenimenti; apporta anche pensieri, immagini, sentimenti nuovi. Crea nello spirito un'attività, perfino un'agitazione e a volte addirittura uno sconvolgimento di tutto l'essere. Tende ad invadere ogni facoltà senza tralasciarne nessuna».[7]

 

Applicando con scrupolo il metodo delle invarianti, Münch individua il «singolare dell'arte letteraria» nell'«effetto vita». Basandosi sulle poetiche di un considerevole campione di autori, egli conclude infatti che l'essenza della letteratura è data dall'attivazione, nel ricettore dell'opera letteraria, di un funzionamento psichico che coinvolge tutte le facoltà umane. Queste si possono distinguere in numero di nove e comprendono tanto la sfera cognitiva quanto quella emotiva, quella fisico-neuronale quanto quella morale:

 

«Mi sembra dunque che ci siano nove facoltà nella psiche che lavorano congiuntamente sia nella vita, sia nella lettura di un'opera d'arte. Queste sono innanzitutto la percezione, la concettualizzazione, l'immaginazione, la formalizzazione, l'intuizione e l'affettività. Aggiungo poi la coscienza, la memoria e il senso morale».[8]

 

Münch ammette che, sul piano teorico, può essere difficile accettare che la letteratura, arte fatta soltanto di parole, sia in grado di generare il lavoro congiunto di tutte le facoltà. Eppure, non solo la riflessione degli autori, ma anche l'esperienza comune dei lettori può senz'altro confermare l'«effetto vita» della letteratura. Infatti:


[6] Ibid., pp. 33-34.

[7] Ibid., p. 35.

[8] Ibid., p. 136.

«La letteratura è innanzitutto un vissuto, non un conosciuto. Sappiamo per esperienza, per averle provate, le emozioni che essa provoca nelle profondità dell'essere, laddove il linguaggio non arriva. Si tratta di brividi, vibrazioni che corrono lungo la schiena, lacrime, visioni, ritmi interiori, tensioni e rilassamenti, angosce e felici pacificazioni; insomma, tutta una serie di sensazioni e di sentimenti associati al senso».[9]

 

Münch, pertanto, pone l'azione psichica dell'«effetto vita» a fondamento empirico della sua estetica letteraria. A tal proposito dichiara che:

 

«Il fondamento dell'estetica letteraria consiste nell'accettare questo passaggio (oggi difficile da comprendere) dal linguistico allo psichico. Ma in fondo è piuttosto semplice: ciò che accade nel testo è linguistico; ciò che accade nella psiche è psichico. Testo e psiche hanno in comune un codice linguistico, ma la psiche è molto più che la conoscenza di questo codice. La letteratura comincia nel momento in cui il testo prevede il funzionamento della psiche del lettore al di là del linguistico».[10]

 

La letteratura non si limita a comunicare quanto la psiche è in grado di decifrare attraverso la conoscenza del codice linguistico in cui è scritto un dato testo. Essa non evoca semplicemente cose, vicende e situazioni – vere o inventate che siano – lasciandole sulle pagine di un libro. La parola letteraria le immette potentemente nella vita psichica del lettore, rendendole delle presenze concrete. In tal modo, l'arte letteraria agisce al di là del linguistico e si caratterizza per ciò che Münch riferisce nei termini di:

 

«[…] surplus di presenza dato alle parole, un surplus tale per cui l'effetto di senso che è normalmente quello della comunicazione, si trasforma in effetto vita.  […] Ho già avuto modo di dire, svolgendo un altro ragionamento, che tutto il teatro si fonda sulla presenza dell'attore. Osservando questa verità dal punto di vista della letteratura, che è una delle arti del teatro, vediamo che essa affida la parola all'attore per darle maggior presenza. Immediatamente, questa parola s'incarna, si arricchisce di una voce, di una situazione, di un corpo, di uno scenario e infine di tutta una vita concreta. Aumenta così di molto le sue possibilità di sortire un effetto vita nello spettatore. Ma questo surplus di presenza non appartiene solo al teatro. È il principio di tutta l'arte letteraria».[11]

 

Il «surplus di presenza», tipico del teatro e dei suoi attori, presenti, appunto, sulla scena, è assunto a principio della stessa letteratura. Münch suggerisce così di guardare all'arte letteraria come ad un'arte  viva,    al  pari  di  quella  teatrale.   L'invariante  dell'effetto  vita,   infatti,   corrisponde  alla


[9] Ibid., p. 39.

[10] Ibid., p. 5.

[11] Ibid., pp. 101-102.

animazione presente nel letterario, quell'animazione che la retorica antica definiva con il termine greco enargeia:[12]

 

«Questa parola, e quelle della stessa famiglia, esprimono un'idea di evidenza animata, di persona o di avvenimento che si mostra "in carne ed ossa". Se si potesse mostrare ad un retore dell'Antichità una sequenza di un film moderno, certamente esclamerebbe: "Enargeia, enargeia!".

La filologia ci insegna che questa parola fa parte di un insieme di sinonimi che comprende hupotuposis (schizzo, abbozzo), diatuposis (modello, configurazione), evidentia (possibilità di vedere), demonstratio (azione di mostrare), repraesentatio (rappresentazione, azione di mettere sotto gli occhi), descriptio (riproduzione, disegno) e amplificatio (azione di aumentare). Oltre a queste parole, vi sono espressioni sinonime come ad esempio sub oculos subiectio.

Questo insieme è interessante innanzitutto per la sua unità. Racchiude l'idea di qualcosa che si mostra o si vede con evidenza e forza».[13]

 

La parola enargeia, composta dall'aggettivo argos (chiaro, bianco, brillante) e indicante perciò la chiarezza della letteratura nell'impatto con i lettori, secondo Münch è «uno dei modi in cui l'Antichità ha espresso l'invariante dell'effetto vita».[14] L'enargeia, dunque, non è semplicemente una figura retorica, ma sembra uscire dall'ordine del figurale e della lettera scritta per entrare in quello del fattuale e dell'intervento dinamico. Infatti, l'enargeia è in un certo senso l'energeia, vale a dire l'energia, la vivacità con cui il letterario si fa per gli uomini forza motrice della vita attiva. Si tratta di una forza dalla grande potenza suggestiva, scevra invece del potere di convincere e, di conseguenza, di costringere. Ciò in quanto:

 

«Non bisogna confondere la potenza con il potere. Il potere può in effetti tentare di convincere uno spirito libero. Ma la potenza dell'arte non è di questo tipo, perché non esiste se non nella misura in cui collabora con il lettore. Essa non gli impone la sua vita. Essa crea in collaborazione con il lettore».[15]

 

Per Münch, il singolare dell'arte letteraria consiste in un «effetto vita» per nulla coercitivo, ma che anzi opera in nome della libertà. La letteratura è una sorta di invito alla collaborazione: attraverso i personaggi e le situazioni che animano le sue pagine, essa presenta proposte d'azione concrete che i lettori sono chiamati a valutare liberamente. Di fatto:


[12] Cfr. Carlos Levy - Laurent Pernot, Dire l'évidence. Philosophie et rhétorique antique, L'Harmattan, Paris-Montreal 1997; Nicoletta Marini, L'enargeia o evidentia nella tradizione retorica greca e latina, in www.loescher.it/mediaclassica.

[13] Marc-Mathieu Münch, L'effet de vie ou le singulier de l'art littéraire, cit., pp. 55-56.

[14] Ibid., p. 57.

[15] Ibid., p. 117.

«Se si pensa che la letteratura è sempre concreta e che il concreto è pre-disciplinare, si osserva che perfino le opere a tesi non hanno sul lettore il potere di persuasione di un discorso. Un discorso è più pericoloso di un romanzo. Bisogna essere già razzisti per lasciarsi convincere da un romanzo razzista. […] L'arte propone, potentemente, il lettore dispone, liberamente».[16] 

 

Münch ritiene che perfino le opere cosiddette "a tesi" non soffochino la libertà individuale del lettore, ma mettano alla prova le sue facoltà sollecitandole all'autonomo giudizio. Questo perché la letteratura e le arti in genere appartengono al dominio della finzione:

 

«La letteratura e le arti fanno parte dell'immenso dominio della finzione, che è una delle grandi possibilità psichiche dell'uomo. […] La finzione non è, come voleva John Searle, il modo illocutorio della non-serietà, perché non c'è niente di più serio dell'effetto vita. Essa non si definisce neanche come il non-pragmatico, o per l'assenza di funzione referenziale. […] La finzione è il luogo in cui l'essere umano mette alla prova le sue facoltà nei confronti del mondo e tenendo conto del suo desiderio di felicità. Non si tratta di sapere quando e in quale misura un testo è denotativo (può esserlo in più modi, questo dipende dagli stili e dai generi), ma di comprendere che la finzione fa parte delle nostre strategie di miglioramento».[17]

 

La finzione letteraria non impone prescrizioni in merito a comportamenti ed opinioni da adottare nella vita reale, non stabilisce il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, l'ammissibile e l'inammissibile. Grazie alla sua forza, tuttavia, suggerisce ai lettori vere e proprie strategie per pensare e agire al meglio nel mondo. Su questo punto Münch precisa che:

 

«Durante il tempo dell'emozione estetica, il lettore non fa né il bene, né il male. È troppo occupato per poter fare questo. […] In un secondo momento, però, l'esperienza fittizia vissuta dal lettore si integra necessariamente alla sua esperienza reale. Facendo parte di lui, non può che interpellarlo, chiedergli: "Che ne farai di quanto hai letto?". Ogni lettore risponde a suo modo. Gli uni dimenticano. Gli altri si lasciano incoraggiare a fare il male. Altri, infine, prenderanno esempio nel bene. Sono liberi. L'arte è senza dubbio il più bel regalo fatto alla libertà degli uomini. Che aggiungere? Soltanto che l'opera riuscita deve toccare tutte le facoltà. Il senso morale ne fa parte. Non può sfuggire. È libero e sollecitato al contempo».[18]

 

La letteratura non determina immediatamente comportamenti e azioni improntati a quanto è presente nel  testo.  L'esperienza della  finzione  sollecita  però  il  lettore  ad  assumere nella propria


[16] Ibid., pp. 117-118.

[17] Ibid., pp. 105-106.

[18] Ibid., p. 368.

vita linee di condotta consapevoli. È questo il "lascito" della letteratura, il suo insegnamento, il suo valore etico e dunque la sua funzione educativa.

Con il richiamo a tale funzione, Münch entra nel dibattito sull'educazione in corso da tempo, ormai, in Francia. Esso affronta, in particolare, la questione della "utilità" della letteratura per la vita e del ruolo delle discipline umanistiche nella formazione degli individui e dei cittadini.[19] Qualche anno fa, l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy si fece portavoce dell'opinione secondo cui la letteratura "non serve a niente", affermando che alla formazione di un buon funzionario pubblico non occorre affatto la conoscenza di un romanzo del XVII secolo quale La Principessa di Clèves.[20] L'episodio fece grande notizia in quanto rinfocolava la causa dei "difensori" della letteratura, già all'ordine del giorno nel dibattito culturale francese. Tra i militanti storici, la causa annovera l'ellenista Jacqueline de Romilly e il critico Marc Fumaroli, da sempre battutisi contro la marginalizzazione dello studio dell'antichità classica e contro certi metodi d'insegnamento "venduti" alle mode del tempo, diffusi nel sistema scolastico della Francia. Tra i militanti di più recente acquisizione, annovera, invece, il filosofo Alain Finkielkraut e la scrittrice Danielle Sallenave,  sostenitori del movimento Sauver les lettres,[21] nonché Yves Citton, professore di letteratura francese all'Università "Stendhal" di Grenoble, che ha riaffermato l'effettiva utilità degli studi letterari in alcune recenti pubblicazioni.[22]

La causa in difesa della letteratura rifiuta le scissioni dell'estetico dall'etico, incapaci di scorgere nei testi nient'altro che un piacere fine a se stesso, inutile a fini pratici: insomma, un lusso da mettere pressoché al bando, soprattutto in un'epoca di crisi e austerità quale la nostra. Essa riconosce al letterario una moralità intrinseca, vale a dire una sostanziale componente etica che nulla ha a che vedere con l'imposizione di codici di comportamento e di pensiero, ma che consiste nell'esercizio delle facoltà di giudicare e agire liberamente cui i lettori sono spronati dai testi. Tale esercizio non è un puro divertimento, né un'evasione dai doveri quotidiani, bensì la concreta preparazione al più alto tra i doveri affidati all'iniziativa di ogni uomo:  la costruzione del futuro proprio e della società.



[19] Il dibattito, oltre che in Francia, è aperto anche altrove. Ad esempio negli Stati Uniti, dove a testimoniarlo, da tempo si susseguono interventi come quelli di Martha Nussbaum (si pensi al recente Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2010); in Italia, dove, ultimamente, si sono pronunciati, tra gli altri, Claudio Giunta (Perché gli studi umanistici oggi / 1, in http://www.leparoleelecose.it) e  Pierluigi Pellini (Perché gli studi umanistici oggi / 2, in http://www.leparoleelecose.it).

[20] Cfr. Mariangela Lopopolo, A che cosa servono le finzioni della letteratura? Tempi di crisi e utilità dell'immaginazione, in http://www.griseldaonline.it. 

[21] Si tratta di un movimento di insegnanti della scuola pubblica francese che intendono salvaguardare le discipline umanistiche dal ruolo secondario cui progressivamente sono state relegate da riforme attuate o ancora al vaglio. Cfr. http://www.sauv.net.

[22] Cfr. in particolare Yves Citton, Lire, interpréter, actualiser. Pourquoi les études littéraires, Éditions Amsterdam, Paris 2007 e L'avenir des humanités. Economie de la connaissance ou cultures de l'interprétation?, La Découverte, Paris 2010.

Questa elevata finalità pratica della letteratura risuona con esemplare vigore nelle seguenti parole di de Romilly:[23]

 

«Urge ricordare alle nuove generazioni che ogni futuro si costruisce in funzione di un passato che aiuta ad andare più lontano.

Ma la conoscenza del passato reso vivo e presente, dove la si trova? Beh, innanzitutto nella letteratura! Ecco, ai miei occhi, la meraviglia! La si trova nei testi francesi e stranieri, moderni o antichi. Per questo mi sembra un errore molto grave considerare l'insegnamento della letteratura come una specie di eleganza superflua e gratuita. Infatti, è grazie alla letteratura che si forma praticamente ogni nostra idea della vita; il passaggio attraverso i testi conduce direttamente alla formazione dell'uomo. I testi apportano le analisi e le idee, ma anche le immagini, i personaggi, i miti e i sogni che si sono succeduti nello spirito degli uomini: di questa esperienza si nutre la nostra».[24]

 

La letteratura apporta analisi, idee, immagini, personaggi, miti e sogni che nutrono l'esperienza del lettore, la sostengono, la guidano. I testi prefigurano le vicende dell'esistenza e preparano chi legge ad affrontarle al meglio. Per questo, Münch suggerisce che l'arte letteraria è una sorta di palestra, dove ci alleniamo a conoscere gli altri, a capire noi stessi, a confrontarci con la sofferenza e con la gioia:

 

«L'arte è la grande palestra dove esercitiamo la potenza creatrice di cui siamo dotati. È là, affacciati sull'arena della vita vera, quella che si crede sia reale e in cui si versa vero sangue, è là che scopriamo chi siamo, che cosa vogliamo, che cosa possiamo. L'arte ci prepara alla vita e alla morte, ci mostra i savi e i pazzi, i generosi e i malvagi. Ci presenta l'amore; ci dà degli amici. Può liberarci dall'odio e dalla disperazione, sa inventare un mondo migliore per la sospensione di questo».[25]

 

L'allenamento della letteratura rafforza la responsabilità nei confronti della realtà interiore ed esteriore con la quale quotidianamente interagiamo. L'estetica di Münch, senza dimenticare le molteplici forme del bello assunte dalle opere, si sofferma sull'unico valore letterario che conti davvero: quello etico. Si tratta di un valore acquisibile con la lettura e spendibile nelle attività che realmente ogni giorno ci impegnano; esso incide sulla riuscita della vita privata e pubblica degli individui, senza determinarla, ma, certo, potenziandola.


[23] Jacqueline de Romilly (1913-2010), membro dell'Académie Française e prima donna ad insegnare al Collège de France, è conosciuta in ambito internazionale per i suoi studi sulla lingua e la civiltà della Grecia antica, specie per gli studi su Tucidide. Fondatrice dell'Association pour la Sauvegarde des Enseignements Littéraires (cfr. http://www.sel.asso.fr), si è pronunciata a difesa della funzione educativa della letteratura anche in scritti quali L'enseignement en détresse, Julliard, Paris 1984;  Écrits sur l'enseignement, De Fallois, Paris 1991.

[24] Jacqueline de Romilly, La littérature ou le passé vivant, «Le Monde.com», 28/10/2008.

[25] Marc-Mathieu Münch, L'effet de vie ou le singulier de l'art littéraire, cit., p. 124.

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