Etica e letteratura

Il messaggio etico nei Quaderni del dottor Čechov

Giulia Baselica

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Giulia Baselica insegna Lingua e letteratura russa presso l'Università di Torino. Autrice di numerosi saggi e traduttrice di Turgenev, Leskov e Tolstoj, ha pubblicato la monografia Le parole della religione come metafora del mondo. Osservazioni sulla poetica achmatoviana (2005).



Čechov  durante la sua vita  non avrebbe mai pubblicato i suoi taccuini, e oggi noi li troviamo interessanti di per sé.[1]

 

Soltanto nel 1914, nel decimo anniversario della morte, nel volume commemorativo Slovo[2] apparvero alcuni brani tratti dai Zapisnye knižki.[3] Sono quattro quaderni di appunti che si estendono cronologicamente dal 1891 al 1904 e contengono annotazioni, poi utilizzate dall'Autore per comporre i suoi racconti e i suoi drammi; note di diario, spesso accompagnate da riflessioni e impressioni, promemoria.[4] Tali materiali presentano un interesse fondamentale sia per lo storico e il teorico della letteratura, sia per lo studioso e il biografo di Čechov. In queste pagine l'aforisma, il semplice aneddoto, il bozzetto o la miniatura letteraria già preannunciano, pur nella loro forma laconica e condensata, il futuro dramma o racconto. Nell'opera di Anton Čechov i Quaderni assumono un ruolo essenziale,[5] in quanto innanzi tutto riflettono il tormento e la gioia che l'artista trae dal suo duro mestiere: qui si esprime in tutta la sua čechoviana drammaticità quell'intenso sentimento  di  amarezza  commista  a  consolazione  costantemente  suscitato  nell'Autore  dal  suo

  


[1] Viktor Šklovskij, Teoria della prosa, tr. it. di Cesare G. De Michelis e Renzo Oliva, Einaudi, Torino 1976, pp. 266-267.

[2] Aa. Vv., Slovo. Sbornik vtoroj. K desjatiletiju smerti A. P. Čechova, a cura di Mikhail P. Čechov, Knigoizdatel'stvo pisatelej v Moskve, Moskva 1914.

[3] La prima edizione accademica, inserita nella raccolta delle opere di Čechov in dodici volumi, venne pubblicata nel 1950 (Anton P. Čechov, Sobranie sočinenij v dvenadcati tomach, Pravda, Moskva 1950).

[4] Il primo copre gli anni compresi fra il 1891 e il 1904; il secondo attiene al periodo 1892-1897; il terzo agli anni 1897-1904; il quarto quaderno è la parziale riproduzione dei contenuti del primo. Ai quaderni si aggiungono ventisei fogli sparsi (cfr. Pietro Zveteremich, Note, in I quaderni del dottor Čechov. Appunti di vita e letteratura di Anton Pavlovič Čechov, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 157-168).

[5] Leonid Grossman, Zapisnye knižki Čechova, «Krasnaja niva», 13, 27 marzo 1927.

stesso creare.[6] Inoltre essi rendono evidente la rara capacità dello scrittore di cogliere, magari in un casuale e ordinario episodio, la sostanza perennemente tragica dell'umana esistenza, o il suo penoso logorio, per poi fissare tali percezioni in formule dalla laconica precisione. Nei Quaderni, infine, la parola čechoviana, che si esprima in eleganti immagini letterarie o che acquisisca la lucida acuminatezza dell'aforisma o che, ancora, condensi un complesso quanto vasto dramma esistenziale entro i labili confini di una parabola appena accennata, è sempre trasparente forma del suo pensiero.[7] Ma i Zapisnye knižki del dottor Čechov non esauriscono il loro multiforme interesse nel percorso conoscitivo del processo di costruzione letteraria che dall'osservazione della realtà quotidiana conduce, mediante una complessa elaborazione interiore, alla realizzazione di un personaggio e, quindi, di una narrazione. Essi sono anche l'espressione tanto intensa quanto appena allusiva – in queste pagine non compaiono mai né il sostantivo etika, né l'aggettivo etičeskij o l'avverbio etičeski ad esso  semanticamente  connessi[8] – nella sua estrinsecazione di un potenziale 


[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Nella vastissima corrispondenza, pubblicata nell'opera omnia (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, Nauka, Moskva 1974-1983), riferita agli anni compresi fra il 1875 e il 1904 e riprodotta nei volumi 19-30, il concetto di "etica" è introdotto dallo scrittore in maniera esplicita e in tono accalorato in una sola lettera, inviata all'amico editore Aleksej Suvorin il 17 dicembre 1892. Qui Anton Čechov si esprime in merito alla conferenza tenuta a Pietroburgo in ottobre dal poeta, scrittore, critico Dmitrij Merežkovskij e replicata due volte nel dicembre dello stesso anno. Il testo della lezione, intitolata O pričinach upadka i o novych tendencijach sovremennoj literatury (Sulle cause della decadenza e sulle nuove correnti della letteratura russa contemporanea), considerato il manifesto del rinnovamento modernista dell'arte e pubblicato l'anno seguente, suscitò un furioso dibattito, animato dagli esponenti del pensiero liberale-democratico e dai frequentatori dei salotti letterari e pietroburghesi. Čechov non ebbe occasione di assistervi, ma lesse alcuni resoconti pubblicati, in particolare, sul quotidiano «Novoe vremja». Nella lettera a Suvorin riconosce, nell'intervento di Merežkovskij, l'espressione di non poche verità e di pensieri corretti; tuttavia, lo definisce «non etico»: in ogni società, specifica lo scrittore, esiste immancabilmente un'etica delle relazioni, la quale non permette che si esprimano giudizi malevoli nei confronti dei propri membri in presenza di estranei se non in caso di azione criminosa o di condotta depravata. Quindi, conclude lo scrittore, Merežkovskij, in mancanza di ragioni plausibili, essendosi espresso malevolmente nei confronti dei propri colleghi, dal punto di vista di questa etica, si è comportato in maniera ostile. Infine egli argomenta la sua opinione: in casa propria, cioè nella redazione di una rivista o nella società letteraria, si può insultare e colpire a piacimento, ma al di fuori di questi ambienti è necessario mantenere sempre e comunque un contegno ed evitare di lamentarsi con le signorine, i poliziotti, gli studenti e i mercanti e con tutti coloro che formano il pubblico; inoltre, ammonisce Čechov, per quanto la letteratura sia caduta in basso, il pubblico è comunque ancora più in basso. Dunque se la letteratura è rea di una qualche colpa e deve essere sottoposta a giudizio, il pubblico potrà essere tutto quel che si vuole, ma non un giudice (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 23, pp. 143-144).

etico, čechovianamente antididattico e tuttavia perlocutorio.

Stella polare delle riflessioni čechoviane è il Bene ‒ dell'umanità[9] come del singolo individuo ‒ che identifica lo stato di felicità dell'uomo. Se l'universo, come dimensione cosmica nella quale l'uomo occupa la sua piccola nicchia, gli appare minuscolo e meschino («Forse il nostro universo si trova dentro il dente di qualche gigante»);[10] se pessimisticamente ritiene impossibile la vittoria contro il male, a causa dell'innata, umana tendenza autodistruttiva («Opporsi al male non si può, ma si può opporsi al bene»);[11] se, infine, nel popolo – nella sua più vasta e meno nobile accezione – non pare, almeno inizialmente, intravedere alcuna autonoma capacità di affrancamento morale e spirituale («La maggioranza, la massa resterà sempre stupida, sempre soffocherà gli altri; che l'intelligente abbandoni la speranza di educarla e di elevarla al suo rango; costruisca piuttosto ferrovie, telegrafi, telefoni, così solamente potrà vincere e far progredire la vita»);[12] tuttavia  esiste una possibilità di riscatto e di redenzione morale, ma alla sola condizione che quella parte di umanità già libera interiormente si prodighi in un costante, paziente e instancabile intervento educativo («Se volete invitare gli uomini ad andare avanti, indicate però in quale direzione, dove debbono andare avanti»).[13] Infatti: «È bene educare negli uomini la coscienza e la chiarezza di ragionamento»,[14] in quanto la mancanza di chiarezza condanna gli uomini alla schiavitù interiore: «Gli uomini che non sono liberi hanno sempre una gran confusione in testa».[15] Così l'umanità – come entità costituita da singole individualità già capaci di superare la propria volontà di affermazione, rinunciando a quell'ambizione, appunto peculiarmente umana, che è la differenziazione, la distinzione dalla generalità – potrà percorrere il cammino che la condurrà al raggiungimento dello stato di felicità, tuttavia soltanto in un tempo futuro, verosimilmente molto remoto («Non contate, non sperate nel presente; la felicità e la gioia si possono conquistare solamente pensando ad un avvenire felice, alla vita che ci sarà un giorno grazie a noi»).[16]

Čechov credeva dunque nella capacità degli uomini di riconoscere l'autentica verità della vita; tuttavia ciò sarebbe accaduto in un futuro lontano.[17] Soltanto allora l'umanità avrà raggiunto la piena consapevolezza di sé, superando le costruzioni e i vincoli imposti dal tempo e dalle sue dimensioni;   e   forse  addirittura   tale   condizione   si   darà   in   uno  stato  ultraterreno,   definito


[9] Con il termine čelovečestvo, "umanità", Čechov si riferisce a un "noi" onnicomprensivo; agli uomini nella loro totalità, in una dimensione acronica e, talvolta, spazialmente indeterminata; o, ancora, a una soggettività impersonale ulteriormente vasta ed eterogenea.

[10] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 44; per la versione originale si veda Anton P. Čechov, Zapisnye knižki. Zapiski na otdel'nych listach. Dnevniki, Knižnyj dom, Moskva 2012, p. 55.

[11] Tale pensiero compare due volte nei Quaderni: ibid., pp. 43, 54 (ed. originale: pp. 62, 72).

[12] Ibid., p. 62 (ed. originale: p. 71).

[13] Ibid., p. 134 (ed. originale: p. 210).

[14] Ibid., p. 123 (ed. originale: p. 146).

[15] Ibid., p. 32 (ed. originale: p. 45).

[16] Ibid., p. 140 (ed. originale: p. 229).

[17] In argomento si veda Petr Dolženkov, Čechov i pozitivizm, Skorpion, Moskva 2003.

dall'agnostico  Čechov  con il termine «paradiso»: «Se lavorerete per il presente, il vostro lavoro resterà insignificante; bisogna lavorare pensando solamente al futuro. Forse solo in paradiso l'umanità vivrà per il presente, finora essa è sempre vissuta d'avvenire».[18]

Rare le annotazioni riguardanti l'uomo, čelovek, nell'accezione singolare, espressione sì dell'umanità tutta, ma considerata nella sua manifestazione individuale; le riflessioni čechoviane delineano il ritratto dell'uomo: tale e quale egli è, ma soprattutto tale e quale egli dovrebbe essere. Čechov è innanzi tutto attratto dall'ordinarietà dell'essere umano, dalla sua somiglianza con altri, innumerevoli esseri umani. In una lettera del 4 ottobre 1888 egli confidava all'amico Aleksej Pleščev, scrittore, poeta, traduttore e critico, di riconoscere l'espressione del fariseismo, dell'ottusità e della prepotenza non esclusivamente nelle case dei mercanti o nelle carceri, bensì anche nell'ambiente degli scienziati, dei letterati e fra i giovani.[19] E nei Quaderni annota il seguente pensiero: «La tendenza al vizio è un sacco col quale l'uomo ci nasce».[20] Lucida e disincantata è la sua visione dell'uomo come individuo che nel confronto con la Natura muta progressivamente la sua indole morale e intellettuale: «Finché all'uomo piace il guizzo del luccio egli è un poeta; ma quando impara che questo guizzo non è altro che la caccia del più forte al più debole, egli è un pensatore; quando poi capisce quale sia il senso di questa caccia e perché occorra questo equilibrio, che si ottiene con la distruzione, egli diventa stupido e ottuso, come da bambino. E quanto più sa e più pensa, tanto più è stupido».[21] L'uomo abdica dunque, inconsapevolmente, alla propria innocenza, alla naturale capacità di identificarsi nella Natura quando, nell'assecondare la propria presunzione a comprendere il senso dei fenomeni che lo attorniano, si erge a dominatore, alimentando un'illusoria quanto dannosa aspirazione all'onnipotenza. L'uomo necessita di un principio, di un'idea, forse di un maestro per poter conoscere e non tradire sé stesso, per riconoscere il cammino che lo condurrà alla felicità e, quindi, al bene. «Ogni uomo si sente meglio quando gli mostrate chi è»,[22] anche in quanto emanazione di realtà preziose.[23]  Nella già citata lettera a Pleščev Čechov, 


[18] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 18 (ed. originale: p. 31).

[19] Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, p. 11.

[20] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 55 (ed. originale: p. 67).

[21] Ibid., p. 134 (ed. originale: p. 212).

[22] Ibid., p. 93 (ed. originale: p. 104).

[23] Zinovij Papernyj si sofferma su questa affermazione riconoscendovi l'immediata espressione della verità čechoviana, che consiste nell'astenersi dal far coincidere i fatti con scelte e schemi prestabiliti e nel guardare in faccia la vita coraggiosamente e liberamente. In questa verità, osserva Papernyj, si rivela da un lato uno spirito severo e pronto al sacrificio, dall'altro un sentimento di dolorosa accettazione della vita, che è così rude da rendere la felicità un raggiungimento ancora lontano (si veda Zinovij Papernyj, Pravda i vera Čechova, in Aa. Vv., Anton Čechov 1860-1960. Some Essays, a cura di Thomas Eekman, E. J. Brill, Leiden 1960, pp. 181-186). Interessante l'impiego, da parte dello studioso sovietico, dell'espressione «čechovskaja pravda», verità čechoviana: il termine pravda, oltre a definire il concetto di "verità" nelle sue svariate accezioni, designa nella denominazione «Russkaja pravda» un'antica raccolta di leggi, redatte nel corso dell'XI e XII secolo e caratterizzate non soltanto da un contenuto giuridico, bensì anche da un indirizzo morale. La «čechovskaja pravda» identifica dunque un rigoroso orientamento comportamentale, quindi etico, che lo scrittore impone innanzi tutto a sé stesso, e, nel contempo, un'altrettanto salda fede nell'uomo.

infatti, scrive: «Il mio Sancta Sanctorum è il corpo umano, la salute, l'intelletto, il talento, l'ispirazione, l'amore».[24] L'uomo è potenzialmente libero, possiede «la più assoluta libertà, la libertà dalla forza e dalla menzogna».[25] Quindi «l'uomo sbaglierà direzione, cercherà il suo fine, sarà insoddisfatto finché non capirà, non avrà trovato. Non si può vivere per i figli o per l'umanità. E se Dio non c'è, non c'è motivo di vivere, bisogna perire».[26] Per essere, l'uomo ha bisogno di credere in qualcosa che sia altro da sé, perché fondamentalmente «l'uomo è ciò in cui crede».[27] Credere è compiere un atto di umiltà; rinunciando a proferire la sua parola sul mondo che lo circonda, egli comprende il senso del suo stesso esistere: «O dev'essere credente o deve cercare una fede, altrimenti è un uomo vuoto».[28] Così prefigurando una realtà futura, Čechov vede e rappresenta l'uomo compiuto, attualizzazione di ogni sua potenza; l'uomo maturo e finalmente consapevole di sé stesso: del suo posto nella Storia e nel suo tempo; conscio delle proprie responsabilità e del suo essere nel mondo.

Centrale, drammaticamente irrisolto è qui il problema della fede: più volte nelle sue lettere Čechov afferma di aver perso la fede.[29] In una lettera a Sergej Djagilev, del 30 dicembre 1902, lo scrittore esprime la sua perplessità sull'ostentazione del sentimento religioso da parte dell'intelligencija, la quale «gioca alla religione, soprattutto per noia».[30] Vede nella cultura a lui contemporanea l'inizio di un'impresa in nome di un futuro grandioso. Tale impresa impegnerà gli uomini per un tempo lunghissimo, forse per decine di migliaia di anni, perché, seppure in un futuro lontano, l'umanità conoscerà la «verità del vero dio»,[31] una verità non da intuire, né da cercare in Dostoevskij, ma da conoscere nella sua evidenza, come si sa che «due per due fa quattro».[32] Il concetto «due per due fa quattro» è l'unica realtà, in quanto tale, che identifica la fondamentale questione filosofica čechoviana.[33] Di qui l'atteggiamento fondamentalmente agnostico di Čechov, e se l'agnosticismo rappresenta uno dei tratti distintivi del positivismo – con il suo orientamento a negare la possibilità di spiegare i fenomeni, sostituendo quindi la descrizione alla spiegazione – è possibile riconoscere nella rappresentazione  letteraria  čechoviana  della  realtà  un  tratto  positivista.  Non, tuttavia, del 


[24] Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, p. 11.

[25] Ibidem. Lo scrittore conclude la missiva con l'espressione di un desiderio che è ennesima attestazione della sua umiltà: «Ecco il programma cui mi atterrei, se io fossi un grande artista».

[26] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 141 (ed. originale: p. 229).

[27] Ibid., p. 97 (ed. originale: p. 108).

[28] Ibid., p. 141 (ed. originale: p. 230).

[29] Si veda Sergej Bočarov, Čechov i filosofija, «Vestnik istorii, literatury, iskusstva», Nauka, 2005, pp. 146-159.

[30] Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 29, p. 106.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] Sergej Bočarov, Čechov i filosofija, cit.

«primo positivismo»,[34] in quanto innegabile è, per il dottor Čechov, la limitatezza e la fallibilità del raziocinio umano. Egli scriveva, infatti, in una lettera datata 12 agosto 1888 e destinata allo scrittore Kuz'ma Barancevič: «L'uomo non ha sufficiente raziocinio, né coscienza per comprendere la contemporaneità e indovinare quel che sarà il domani, e troppo poco sangue freddo per giudicare sé stesso e gli altri».[35] Dunque la coscienza – intellettuale e morale – rende possibile la conoscenza, in particolare, degli aspetti etici. Da una profonda analisi dell'esperienza vissuta e da un'instancabile, attenta osservazione degli esseri umani Čechov deriva interessanti considerazioni: pensieri ed esternazioni in forma di massime e sintetiche riflessioni, i cui destinatari sono l'uomo, l'umanità, sé stesso, un noi onnicomprensivo, e al cui centro si pone l'habitus moralis.

L'uomo deve rifuggire la menzogna perché «chi mente è sporco»[36] e «ha ragione chi è sincero».[37] Se non onesto, egli deve preservare in sé il sentimento della colpa, che rende possibile il pentimento e la conseguente purificazione – «Solamente chi si sente colpevole non è onesto e può pentirsi»[38] – in quanto essenziali principi etici e morali; gli unici orientamenti del vivere quotidiano sono l'onestà e la verità. Il dottor Čechov pare perseguire un preciso ideale di essere umano affermando che «bisogna essere lucidi mentalmente, puri moralmente e fisicamente puliti»,[39] e individua le tendenze e i comportamenti che, oltre a procurare all'individuo l'infelicità, lo allontanano dalla compiuta realizzazione, nel proprio sé, di quell'ideale. Non deve, per esempio, indurre sé stesso nella tentazione di farsi attrarre dal denaro, che obnubila la coscienza e la percezione della realtà; infatti «nulla addormenta e ubriaca quanto i soldi; quando se ne ha molti, il mondo sembra migliore di quel che è».[40] Anche l'ipocrisia espone l'essere umano al pericolo della disonestà intellettuale e del compimento del male, e solo la distanza temporale ne rivelerà la presenza – «Così come oggi ci stupiamo delle crudeltà che esercitavano su di sé i martiri cristiani, col tempo si stupiranno delle menzogne mediante cui oggi lottano contro il male servendo ipocritamente pur sempre il male; parlano per esempio di libertà largamente servendosi dei servizi degli schiavi»[41] – rendendo evidente l'umana tendenza a ritenersi migliore dei propri simili; queste le semplici parole di ammonimento: «I peccati degli altri non ti faranno santo».[42]

Ma il dottor Čechov non si limita a rilevare, dell'uomo, le colpe, le mancanze, i limiti, le debolezze: egli sa anche consolarlo e compatirlo. Gli suggerisce, per esempio, di evitare il matrimonio, se ha timore della solitudine; lo esorta a non disperarsi per la ineluttabilità della morte, perché più disperante  ancora  sarebbe  la  vita  eterna,  e  a  non  struggersi  per  l'impossibilità  di godere della


[34] Petr Dolženkov, Čechov i pozitivizm, cit.

[35] Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, pp. 308-309.

[36] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 92 (ed. originale: p. 102).

[37] Ibid., p. 45 (ed. originale: p. 55).

[38] Ibid., p. 90 (ed. originale: p. 100).

[39] Ibid., p. 47 (ed. originale: p. 58).

[40] Ibid., p. 148 (ed. originale: p. 225).

[41] Ibid., p. 150 (ed. originale: pp. 226-227).

[42] Ibid., p. 139 (ed. originale: p. 228).

bellezza e dell'eterno, che non appartengono a questa vita. Quanto alle finalità dell'umano agire, lo scrittore indica come indiscussa priorità, innanzi tutto spirituale, il servizio tributato agli altri esseri umani: «Il desiderio di servire il bene comune dev'essere necessariamente un'esigenza interiore, una condizione della propria felicità personale, perché se non deriva da questo ma da considerazioni teoriche o d'altro genere, non è più tale».[43] Interessanti sono, infine, le riflessioni sugli effetti prodotti dalle azioni dell'uomo sull'umano consesso: la condanna a vita genera il vagabondaggio; le differenze climatiche, le differenze sociali, mentali e culturali rendono impossibile l'uguaglianza; tuttavia la cultura e l'educazione possono renderle inavvertite.

Lo sguardo dello scrittore si sofferma, poi, sulla società russa del suo tempo e sulla suddivisione che la contraddistingue: i ricchi contrapposti ai poveri; tale drammatica ingiustizia sociale potrebbe tuttavia avere termine se i poveri fossero consapevoli del loro potenziale potere: «La maggior parte dei ricchi è impudente, di una presunzione enorme, ma porta la sua ricchezza come un vizio. Se le dame e i generali non facessero della beneficenza a loro nome, se gli studenti poveri e gli accattoni non esistessero, i ricchi proverebbero un senso di angoscia e di solitudine. Se i poveri facessero sciopero e si mettessero tutti d'accordo per non chiedergli nulla, sarebbe il ricco a venire loro».[44] Assolutamente deprecabile è l'impostura degli uomini che detengono un qualsivoglia potere: «Gli ipocriti comuni fingono d'essere colombe, mentre gli ipocriti politici e letterari si fingono aquile. Ma non vi impressioni il loro aspetto di aquile. Non sono aquile ma sorci o cani».[45] Il male della società russa è dunque da un lato l'ipocrisia, colpa soprattutto imputabile ai ricchi, dall'altro il servilismo, erronea condotta dei poveri: «Ci siamo sfiniti col servilismo e l'ipocrisia».[46] Dell'uomo russo, costituente sociale minimo, Čechov identifica una fondamentale quanto connotativa contraddizione: per il russo, infatti, è «sommariamente tipico un modo elevato di pensare, ma perché nella vita egli striscia così in basso?»,[47] soprattutto se è condizionata da false credenze e se è incarnata da chi assolve compiti educativi. E tale incoerenza comportamentale, appunto alla società, arreca gravi danni; ne è un esempio l'immagine della «maestra mite e tranquilla [che] picchia di nascosto gli scolari perché crede nell'utilità delle punizioni corporali».[48] Forse l'elemento di connessione fra la natura dell'uomo russo e il suo irragionevole modus agendi è il pregiudizio, che rende impossibile l'attuazione del principio della parità dei diritti tra uomini e donne. Alla donna è infatti negata ogni azione propositiva: «Quando la donna distrugge come l'uomo, tutti trovano ciò perfettamente naturale e tutti lo capiscono; ma quando essa vuole o cerca di creare come l'uomo, tutti lo trovano innaturale e non possono ammetterlo».[49] E anche in tale, apparente, dibattito sociale si manifesta l'ipocrisia: «Quali vuoti suoni questi discorsi sui diritti delle


[43] Ibid., p. 8 (ed. originale: p. 22).

[44] Ibid., p. 63 (ed. originale: p. 72).

[45] Ibid., p. 8 (ed. originale: p. 22).

[46] Ibid., p. 73 (ed. originale: p. 84).

[47] Ibid., p. 74 (ed. originale: p. 86).

[48] Ibid., p. 70 (ed. originale: p. 81).

[49] Ibid., p. 106 (ed. originale: p. 138).

donne! Se un cane sapesse scrivere come un genio, sarebbe conosciuto pur essendo un cane».[50] Della donna russa, soprattutto se appartenente all'ambiente dell'intelligencija, Čechov offre un ritratto tutt'altro che lusinghiero: «Il contenuto spirituale di queste donne è grigio e incolore come i loro visi e le loro acconciature; esse parlano di scienza, di letteratura, di tendenze, eccetera, solamente perché sono le mogli e le sorelle di scienziati e di letterati […]. Permetter loro di parlare della scienza, cui sono estranee, e ascoltarle, vuol dire adulare la loro ignoranza».[51]

La società russa si presenta quindi come un microcosmo sovvertito, nel quale la gerarchia dei valori riprodotta nella coscienza di ognuno appare capovolta,[52] e lo scrittore Anton Čechov, forse immaginando il profilo morale di una propria, futura creatura letteraria, ne abbozza l'intera biografia: «Guardò al mondo dall'altezza della sua infamia».[53] Eppure gli strumenti della rinascita, innanzi tutto spirituale, sono facilmente accessibili: «Per vivere bisogna avere un interesse. In provincia lavora solamente il corpo e non lo spirito»,[54] soprattutto se si accolgono i modelli di una benefica influenza: «Quanto meno  le  buone influenze (per es.: la lettura, Belinskij) agiscono su


[50] Ibid., p. 104 (ed. originale: p. 114).

[51] Ibid., p. 133 (ed. originale: p. 209).

[52] Un aspetto interessante nella visione čechoviana dell'uomo contemporaneo è l'ipotesi di una più o meno accentuata dipendenza della vita psichica dell'individuo dalla sua fisiologia, quale tipica tendenza dell'epoca – tradizione positivista – alla riduzione del sociale al biologico. Di Spencer Čechov aveva letto e apprezzato il saggio Education: Intellectual, Moral, Physical, pubblicato a Londra nel 1861 ed edito in versione russa a Pietroburgo nel 1880 con il titolo Vospitanie umstvennoe, nravstvennoe i fizičeskoe, definendolo in una lettera inviata al fratello Aleksandr nell'aprile del 1883, «otličnaja stat'ja», «ottimo articolo» (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 19, pp. 62-66). Anche nei Quaderni troviamo il nome di Spencer: «Non ho letto Spencer. Raccontatemi il suo contenuto. Di che cosa scrive? – voglio dipingere un pennello per una mostra a Parigi. – Datemi un soggetto (Una signora fastidiosa)» (I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 73; ed. originale: p. 85). Il nome dello scienziato è qui dunque citato in riferimento alla non elevata considerazione delle donne con velleità artistiche o intellettuali. In un'altra lettera, indirizzata ad Aleksandr Suvorin il 27 dicembre 1889, Čechov tenta di spiegare i fenomeni sociali mediante le peculiarità psico-fisiologiche dei suoi contemporanei: «Dove sono la degenerazione e l'apatia, si incontra deviazione sessuale, dissolutezza, aborti, senilità precoce, gioventù insoddisfatta; e poi decadenza delle arti, indifferenza per la scienza; là vi è ingiustizia in ogni sua forma» (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, pp. 308-309). Sul versante opposto dell'apatia si colloca la nevrastenia; si può ragionevolmente ritenere che Čechov avesse fatto propria l'idea che la nevrastenia fosse una malattia della società a lui contemporanea, rilevando che la smisurata eccitabilità e la tendenza a un rapido esaurirsi delle forze sono tratti tipicamente russi (in argomento si veda Petr Dolženkov, Čechov i pozitivizm, cit.).

[53] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 106 (ed. originale: p. 116).

[54] Ibid., p. 139 (ed. originale: p. 228).

un delinquente, tanto minori sono le speranze di una sua redenzione».[55] E infine, della civiltà russa, una salvifica emanazione riscatta l'uomo russo e la società di cui egli è espressione: è la russkaja duša, l'anima russa: «Quest'anima è ricca di idealismo al più alto grado. L'occidentale può anche non credere al miracolo, nel soprannaturale, ma non deve osare di distruggere la fede nell'anima russa, perché questo è l'ideale destinato a salvare l'Europa».[56]

L'osservazione, lo studio dei tipi umani, non di rado destinati a divenire poi prototipi di personaggi čechoviani, inducono nello scrittore rare ma interessanti riflessioni sulla felicità, condizione che aristotelicamente identifica la vita secondo ragione.[57] La felicità è per Čechov una condizione assoluta; è un valore spirituale che si esprime nella ricerca della verità; non è l'amore: «La felicità e la gioia della vita non stanno nel danaro e nemmeno nell'amore, ma nella verità. Se vuoi una felicità animalesca, la vita non ti concederà egualmente di inebriarti e di essere felice, ma ti coprirà anzi di colpi».[58] Soprattutto, la felicità non è data a tutti: chi prova la gioia di vivere, come quella dei fanciulli, sperimenta, in realtà, una gioia animalesca, istintuale, priva di autentica consapevolezza: «La cosiddetta gioia pura di vivere dei fanciulli è gioia animalesca».[59] E lontani dalla gioia vera (quindi dalla verità) sono coloro ai quali tutto riesce. Infine un pensiero rivolto all'umanità che verrà poi, probabilmente destinata a una vita migliore e felice, a condizione di custodire e alimentare in sé il sentimento di continuità dell'essere, non limitato alla propria esistenza o ai confini della propria contemporaneità, bensì esteso diacronicamente alle generazioni passate, perché la ricerca della verità appartiene al singolo individuo hic et nunc, e all'umanità illic et tunc: «Le generazioni future perverranno alla felicità; ma esse dovranno domandarsi in nome di cosa sono vissuti i loro antenati e in nome di che cosa essi hanno sofferto».[60] Se la felicità, secondo Čechov, non si identifica nell'amore, quest'ultimo rappresenta tuttavia uno strumento di conoscenza di sé, mediante l'interazione con i propri simili. Orientando il comportamento degli esseri umani, esso può esercitare un'azione eticizzante. L'amore è un valore fondante e universale; è un bene che accoglie in sé varie forme ed espressioni; il termine stesso che lo designa indica le sue manifestazioni più svariate: «L'amore è un bene. Non per nulla in tutti i tempi, presso quasi tutti i popoli civili, l'amore in senso lato e l'amore coniugale si dicono egualmente amore. Se l'amore sovente è crudele e distruttivo, la causa non sta in esso, ma nell'ineguaglianza degli uomini. Quando gli uni sono sazi, intelligenti e buoni, e altri affamati, stupidi e cattivi, qualsiasi bene porta soltanto alla lite, accrescendo l'ineguaglianza degli uomini».[61] L'ineguaglianza ostacola gravemente il sentimento dell'amore, il quale  non è  e non deve essere attrazione per ciò che non ci 


[55] Ibid., p. 138 (ed. originale: p. 216).

[56] Ibid., p. 22 (ed. originale: p. 36).

[57] Piergiorgio Donatelli, Etica. I classici, le teorie e le linee evolutive, Einaudi, Torino 2015.

[58] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 31 (ed. originale: p. 44).

[59] Ibid., p. 45 (ed. originale: p. 55).

[60] Ibid., pp. 54-56 (ed. originale: p. 66).

[61] Ibid., p. 31 (ed. originale: p. 44).

appartiene e che non ci è uguale: «Amare necessariamente i puri è egoismo; cercare nella donna quel che non c'è in noi non è amore, ma venerazione, perché si deve amare chi ci è uguale».[62]

L'amore è il valore e bene supremo, poiché «mostra all'uomo quale egli dovrebbe essere»,[63] e «quando ami scopri in te una tale ricchezza, tanta dolcezza, affetto, da non credere nemmeno di saper tanto amare».[64] Forse è, in ultima analisi, una condizione propria di una dimensione temporale lontana dal presente: manifestazione di un qualcosa di grande che fu un tempo o che un tempo sarà. La sua apparenza è infatti spesso poco significante e scarsamente gratificante:[65] «L'amore. O è un residuo di qualcosa che è degenerato ma un tempo lontano era immenso, o è invece parte di qualcosa che in futuro si svilupperà in qualcosa di immenso; nel presente esso non soddisfa, dà assai meno di quanto ci si aspetta».[66] Ancora una volta, qui, la visione čechoviana dell'umanità del futuro.

L'apporto forse più interessante e profondo, più autenticamente rivelatore dell'animo čechoviano è costituito, nei Quaderni, dalle riflessioni e dai pensieri espressi alla prima persona; dalle osservazioni rivolte a quel sé stesso che identifica, in realtà, un «noi» universale oltre che un «noi» in quanto popolo russo. Čechov pare interrogarsi, osservando il «noi» della propria stessa contemporaneità, in merito all'inadeguatezza a vivere autenticamente; all'incapacità di comprendere il senso dell'esistenza e, soprattutto, dell'irreversibilità del tempo. Dolorosamente egli riconosce nei russi del suo tempo l'inequivocabile marchio della passività e dell'inazione, conseguente condanna all'eterna reclusione in un presente acronico, ineludibile esito, in realtà, di un passato che si perpetua all'infinito. Questo «noi» è dunque incapace di considerare il futuro e di accogliere  il  cambiamento:  l'io  che  qui  si  esprime  dà  voce  all'angoscia  causata  dalla  presa  di 


[62] Ibid., p. 44 (ed. originale: p. 55).

[63] Ibid., p. 15 (ed. originale: p. 28).

[64] Ibid., p. 62 (ed. originale: p. 71).

[65] Tat'jana Zajceva individua nella visione cecoviana dell'uomo l'intima connessione fra il presente, ancorché inappagante, e il futuro, nel quale si determina la capacità di essere. È propria dello scrittore una considerazione antiromantica dell'amore-ricordo, ironica modalità raffigurativa dell'amore romantico, dalla quale, tuttavia, non è probabilmente esclusa una rappresentazione di significato ontologico dell'amore in generale (Tat'jana Zajceva, Čechov i Kirkegor o ljubvi-vospominanij, «Filologičeskie nauki. Voprosy teorii i praktiki», Gramota, 5/16, 2012, pp. 82-87).

[66] I quaderni del dottor Čechov, cit., p. 80 (ed. originale: p. 111). Čechov vedeva il cielo eterno sull'angusta vita umana, osserva Bočarov, rilevando che lo scrittore struttura la sua filosofia in categorie iperboliche, riferite al passato e al futuro con un vuoto nel presente, il tempo delle piccole vette. Lo studioso coglie nel vocabolario čechoviano alcune parole che egli definisce «angoscianti» (trevožaščie), come dal'še (poi, dopo), cel' (fine, scopo), termine che turba anche i personaggi čechoviani, in quanto identifica sia il problema dell'artista, sia il problema dell'essere. Il futuro lo impegna straordinariamente e la sua raffigurazione confina con il sogno; il passato remoto vive nel presente: il vento soffia, come soffiava al tempo di Rjurik, e la campagna rimane la stessa di quel tempo (Sergej Bočarov, Čechov i filosofija, cit.). 

coscienza dell'immobilismo del popolo russo, non pronto a riconoscere l'imminente nuova era, soprattutto inadatto a ricevere la tanto agognata, e mai conosciuta, libertà.

Questa la lunga riflessione del dottor Čechov:

 

«Ritornando a casa, andavo pensando così: certuni maledicono la luce, altri la folla, lodano il passato e condannano il presente, strillano che mancano gli ideali e così via, eppure tutto ciò avveniva anche 20-30 anni fa; sono forme che ormai hanno fatto il loro tempo, che hanno reso i loro servizi e, se qualcuno oggi le ripete, ciò significa che non è più giovane, che è anch'egli sopravvissuto, con le foglie cadute marcisce anche chi ci viveva sopra. Così andavo pensando, e mi sembrava che fossimo uomini incivili, sopravvissuti, banali nei loro discorsi, standardizzati nelle intenzioni, completamente ammuffiti, che nei nostri circoli intellettuali frugassimo soltanto fra vecchi stracci e, secondo un'antica abitudine russa, ci mordessimo a vicenda, mentre attorno a noi pulsava una vita che noi non conoscevamo né sapevamo notare. I grandi avvenimenti ci avrebbero colti alla sprovvista, come fanciulle nel sonno […]. E ancora pensavo che se adesso avessimo improvvisamente ricevuto la libertà, di cui parlavamo tanto quando ci mordevamo a vicenda, in un primo momento non avremmo saputo che farcene e l'avremmo sprecata solamente per denunciarci a vicenda ai giornali d'essere spie e venali, e per spaventare la società, affermando che da noi non vi sono uomini, né scienza, né letteratura, nulla, nulla.[67] Ma spaventare la società, come oggi facciamo e continuiamo a fare, significa toglierle il coraggio; ossia confessare apertamente che noi non abbiamo alcun motivo d'essere, né sociale, né politico. E andavo altresì pensando che, prima che brillasse l'aurora della nuova vita, saremmo diventati delle vecchie e dei vecchi inaciditi e per primi avremmo voltato le spalle a quell'aurora riempiendola di calunnie…».[68]

 


[67] Questa dolorosa riflessione parrebbe rinviare alla celeberrima requisitoria pronunciata dall'Inquisitore in presenza di Gesù nel romanzo dostoevskiano Fratelli Karamazov. Egli rimprovera a Gesù di aver più volte ripetuto la propria dichiarazione di intenti: «Voglio rendervi liberi» (Fëdor Dostoevskij, Brat'ja Karamazovy, Izdatel'stvo Pravda, Moskva 1982, p. 296), e aggiunge: «Certo, questa missione ci è costata cara [...] ma alla fine l'abbiamo portata a termine nel tuo nome. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma ora l'opera è compiuta, definitivamente. Non credi che sia compiuta definitivamente? […] Ma sappi  che ora e proprio questa stessa gente ci ha portato la propria libertà e l'ha docilmente deposta ai nostri piedi. Ma questo l'abbiamo fatto noi, ed era questo che volevi? Questa libertà?» (ibidem). Tragica e lapidaria la conseguente affermazione: «Mai vi fu per l'uomo e per l'umana società nulla di più intollerabile della libertà» (ibid., p. 297). Il motivo della libertà ricorre dunque nelle riflessioni e nelle annotazioni del dottor Čechov: si è già più sopra ricordata l'importanza essenziale che lo scrittore assegna alla libertà interiore come condizione necessaria per assicurare la chiarezza di mente.

[68] I quaderni del dottor Čechov, cit., pp. 131-132 (ed. originale: pp. 208-209).

Nel parlare a sé stesso Čechov trasforma la sua stessa percezione della propria vita e della realtà in una visione sì oggettiva e documentaria, e tuttavia non illuminata dalla fredda luce del laboratorio dello scienziato, bensì penetrata dal sentimento della compassione, che così intimamente avvicina Čechov all'umanità. Innegabile il disincanto, il senso, forte, di relatività dei fatti umani, dato dalla profondità del sentimento del tempo, che annulla ogni pretesa di assoluto. E in tale rinuncia trova espressione l'estrema negazione di concretezza: «Il mio motto: non ho bisogno di nulla»,[69] che si riconferma in un sublime auspicio: «Nell'altro mondo vorrei poter pensare di questa vita, che sono state magnifiche visioni».[70]

La laconica annotazione «il 28 è venuto Tolstoj»,[71] riportata nel terzo quaderno, assume, se pur indirettamente, un'interessante accezione di carattere etico: il confronto, o meglio, la contrapposizione fra due visioni del mondo, quindi due diverse letture etiche dell'umana esistenza, l'una incarnata in Anton Čechov, l'altra in Lev Tolstoj;[72] l'una fondata sull'assoluta fede nell'immortalità, l'altra sulla lucida, quanto sofferta, professione di agnosticismo.

Nei più intimi pensieri dell'Io si riconosce l'onestà intellettuale di Anton Čechov, la sua nobile umiltà. Significativo, in tal senso,  è  il  pensiero-preghiera  che  l'agnostico  Čechov rivolge a Dio; lo


[69] Ibid., p. 106 (ed. originale: p. 116).

[70] Ibidem.

[71] Ibid., p. 121 (ed. originale: p. 137).

[72] Il 28 marzo 1897 Čechov venne ricoverato in una clinica di Mosca per l'aggravamento della tubercolosi, di cui era affetto da lungo tempo. Qui, nonostante le severe disposizioni dei medici, che imponevano allo scrittore un assoluto riposo, ricevette la visita di Lev Tolstoj. Čechov ne dà conto in una lettera indirizzata al pubblicista e attivista politico Michail Menšikov, il 16 aprile: «Lev Tolstoj è venuto a trovarmi in clinica e abbiamo avuto un'interessantissima conversazione, interessantissima perché ho ascoltato più di quanto abbia parlato. Abbiamo parlato di immortalità. Egli ammette l'immortalità in termini kantiani e suppone che noi (persone e animali) vivremo nel principio (intelletto, amore), la cui sostanza e finalità costituiscono per noi il mistero. Questo principio o forza mi si rappresenta come massa informe e gelatinosa; il mio io – la mia individualità e la mia coscienza si fondono con questa massa – dell'immortalità io non ho bisogno, non la capisco e Lev Nikolaevič si meraviglia che io non la capisca» (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 24, pp. 331-332). L'amico Suvorin, nel luglio dello stesso anno, riportò sul suo diario alcuni pensieri sulla morte espressi dallo scrittore: «La morte è una crudeltà, un'abominevole esecuzione. Se dopo la morte la personalità si distrugge, la vita non c'è. Non mi consola il fondermi con i vermi e le mosche della vita terrena, che ha un fine. E questo fine neanche lo conosco. La morte suscita un qualcosa di più grande dell'orrore. Ma quando sei vivo ci pensi poco. Almeno io. E quando morirò capirò che cos'è. È terribile diventare niente. Ti portano al cimitero, tornano a casa e prendono il tè e si mettono a fare discorsi ipocriti. Il solo pensiero mi ripugna profondamente» (Dnevnik Suvorina, Gosudarstvennaja Publičnaja Biblioteka, fondo 754, Unità arch. 1, p. 165, in Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 24, p. 332).

prega affinché egli non cada nella tentazione della superbia e della presunzione: «Non permettere mai che io giudichi o parli di cose che non so e non capisco».[73]

Nelle riflessioni che egli rivolge a sé stesso pare prevalere un pessimismo melanconico; in realtà una più profonda lettura rivela una visione dominata da un pacato, doloroso realismo, derivante dalla conoscenza degli esseri umani e quindi dalla continua rielaborazione del pensiero dell'uomo.

Questo dialogo con sé stesso pare rinviare a un altro, profondo quanto tormentato, confronto interiore: ai Ricordi di Marco Aurelio,[74] per lo scrittore russo oggetto di attenta e meditata lettura, di dolorosa e feconda ispirazione.[75]

Benché nei Quaderni Čechov non citi mai il nome dell'imperatore romano, né riporti alcuno dei suoi pensieri, è importante cogliere la relazione fra la copia čechoviana[76] de I ricordi di Marco Aurelio e i Quaderni del dottor Čechov.[77] Oltre alle sottolineature e alle annotazioni a margine, Čechov riporta nel volume alcuni termini, atti a identificare, oltre che temi di riflessione, pressanti e ineludibili interrogativi del suo tempo. Tali termini – come "vita", "libertà", "nemico", "forma e amore", "proprietà", "Dio", "destino", "ira" – riferiti ad alcuni, particolari pensieri o aforismi aureliani, delineano la struttura di una sorta di dizionario filosofico, la rappresentazione di un sistema filosofico, pragmatico e letterario, all'interno del quale è possibile individuare almeno tre livelli distinti: il livello filosofico; il livello etico-morale; il livello artistico-estetico.[78]

Di carattere esistenziale e filosofico sono i temi, o i quesiti, inerenti alla natura del mondo; al senso e al fine della vita umana sia per il singolo individuo, sia per la relazione che quest'ultimo stabilisce con la collettività; al principio divino. Al livello etico-morale vengono assegnate le riflessioni in merito alla vita morale che l'uomo condivide con i suoi simili; alle opinioni comuni e ai conseguenti


[73] Anton P. Čechov, Zapisnye knižki, cit., p. 194.

[74] De I ricordi di Marco Aurelio fu pubblicata una versione russa nel 1882 (Razmyšlenija imper. Marka Avrelija Antonina o tom, čto važno dlja camogo sebja, Perevod kn. L. Urusova, Tipografija Gubernskogo Pravlenija, Tula 1882).

[75] Una copia dei Razmyšlenija con numerose sottolineature e marginalia, fu ritrovata nella biblioteca della sua residenza di Jalta (in argomento si veda Sergej Baluchatyj, Problemy dramatičeskogo analiza. Čechov, Academia, Leningrad 1927). 

[76] Molto probabilmente lo scrittore inviò al giovane attore Aleksandr Lenskij la propria stessa copia dei Ricordi, oggi conservata nella casa-museo di Jalta (Peter Urban, Wie soll man leben? Anton Čechov liest Marc Aurel, Diogenes, Zürich 1997). Nella lettera di accompagnamento al volume, datata 9 aprile 1889, Čechov precisa: «Vi invio il Marco Aurelio che volevate leggere. Nei margini vedrete delle annotazioni a matita: non hanno alcuna importanza per il lettore» (Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, p. 185). E tuttavia proprio tali marcature  e annotazioni testimoniano non soltanto la serietà, l'accuratezza e la sistematicità della lettura, bensì anche l'intento di trasferire un sistema esistenziale e filosofico, quello appunto di Marco Aurelio, nella propria visione del mondo.

[77] In argomento si veda Peter Urban, Wie soll man leben?, cit.

[78] Ibid., p. 19.

effetti; al senso, o alla sua mancanza, delle istituzioni e delle norme di condotta. Centrale è, nel pensiero di Marco Aurelio, il concetto di «buona opera»: il ben operare per il beneficio della comunità, principio etico profondamente radicato nella relazione che lo scrittore russo stabilisce con la comunità umana. Nel Libro X de I ricordi egli sottolinea questa lapidaria sentenza: «Molte volte è ingiusto non solo chi fa, ma anche chi non fa».[79] Ma la questione più ponderosa ed essenziale riguarda il modo in cui si deve vivere: nel Libro VI Čechov evidenzia le frasi conclusive del pensiero n. 47: «Solo una cosa, qui, è degna di gran conto: la tenacia di vivere sempre secondo verità e giustizia, sopportando benignamente bugiardi e ingiusti».[80]

Al livello artistico-estetico attengono riflessioni e interrogativi riguardanti i contenuti e le funzioni dell'arte. Nel Libro XI Čechov sottolinea, per esempio, il seguente aforisma:

 

«Mai natura è inferiore all'arte, anzi, le arti l'imitano. Se così è, la più perfetta di tutte le nature, quella che abbraccia ogni altra, non può essere superata dalla destrezza delle arti. Ora, tutte le arti si preoccupano delle parti meno importanti per dar risalto a quelle che lo sono. Lo stesso fa anche la natura comune. Di qui nasce la giustizia, è questo il fondamento di tutte le altre virtù, perché non potrà essere osservata la giustizia finché disputeremo per le cose indifferenti, o ci lasceremo facilmente sedurre, o saremo temerari nel giudicare, o incostanti nelle nostre idee».[81]

 

Čechov cominciò a studiare il pensiero di Marco Aurelio e ad appropriarsene alla fine degli anni Ottanta[82] quando, in qualità di scrittore ormai noto e apprezzato, guardava al proprio successo con diffidente scetticismo e, in quanto medico non del tutto praticante, era consapevole di aver fatto del bene a qualche essere umano, ma non all'umanità. Egli cerca dunque nel piccolo volume di Marco Aurelio – «il travaglio di una ricerca mai conclusa, la prova deludente di uno sforzo etico astratto dalla complessità del reale»[83] – la risposta alla domanda sempre più insistente, relativa al senso della sua stessa esistenza.

Il 4 maggio 1889 in una lettera a Suvorin Čechov scrisse: «La natura è un ottimo sedativo. Riconcilia, rende, cioè, l'uomo indifferente. E in questo mondo l'indifferenza è indispensabile. Soltanto le persone indifferenti sanno vedere le cose in modo chiaro, sanno essere giusti e lavorare: certo, questo riguarda soltanto le persone intelligenti e nobili d'animo;  gli egoisti e le persone vacue sono 


[79] Marco Aurelio, I ricordi, a cura di Carlo Carena, tr. it. di Francesco Cazzamini-Mussi, Einaudi, Torino 2015, p. 141 (la sottolineatura dello scrittore è segnalata in Peter Urban, Wie soll man leben?, cit., p. 22).

[80] Marco Aurelio, I ricordi, cit., p. 47 (la sottolineatura è segnalata in Peter Urban, Wie soll man leben?, cit., pp. 22-23).

[81] Marco Aurelio, I ricordi, cit., p. 175 (la sottolineatura è segnalata in Peter Urban, Wie soll man leben?, cit., p. 24).

[82] Ibid., p. 11.

[83] Carlo Carena, Introduzione, in Marco Aurelio, I ricordi, cit., p. XIII.

già di per sé stessi indifferenti a sufficienza».[84] Parrebbe, a tutta prima, una formulazione tipicamente čechoviana. In realtà si tratta di una sorta di traduzione:[85] una sorta di passaggio dalla visione dell'uomo e  del  mondo  in  Marco  Aurelio  alla visione del mondo e dell'uomo in Anton Čechov. L'imperatore  romano  identifica  nell'indifferenza – al dolore e all'inutilità nonché alla vacuità delle cose –  l'autentica  realizzazione  spirituale  dell'essere umano, che dalla capacità di stabilire un sereno distacco dalle cose e di assecondare la propria natura deriva la vera prosperità.[86] Forse proprio il distacco – o la distanza dalle cose, non tuttavia la distaccata indifferenza auspicata dal filosofo romano – rappresenta per lo scrittore russo uno strumento di conoscenza del mondo.

Se «per Čechov nulla trascende il caos della vita»,[87] la lente attraverso la quale lo scrittore sa accogliere, appunto con distacco, tutta la complessità della vita e la contraddittorietà della natura umana è l'umorismo, čechoviano, «permeato di tenerezza, di pietà»,[88] perfettamente consonante con quella verità indefinita e non individuata cui di continuo allude; un umorismo a un tempo delicato e sapiente, capace di «sostituire al trionfo dei trionfanti il dubbio e la precarietà».[89] Il sentimento čechoviano dell'umorismo si connette intimamente con il senso della fraternità, a sua volta alimentato dalla virtù del coraggio – che consente l'avvio di ogni atto – e, soprattutto, dall'impegno, «quell'impegno che Čechov sentiva di dover profondere personalmente, come scrittore e come medico, verso l'indigente società russa, di cui percepiva preoccupato il fermento».[90] Questo, in ultima analisi, il messaggio etico, incarnato, nell'esempio, dal dottor Čechov. 


 

 




[84] Anton P. Čechov, Polnoe sobranie sočinenij v tridcati tomach, cit., vol. 21, p. 202.

[85] Peter Urban, Wie soll man leben?, cit., p. 12.

[86] Noto è l'aforisma n. 16, riportato nel Libro XI: «Trascorrere la vita nel miglior modo. Questo potere è nell'animo, se si è indifferenti verso le cose indifferenti. E tali si è, se si considera ciascuna delle cose distintamente dalle altre e nei suoi limiti, ricordando che non sono esse a generare in noi l'idea che ce ne formiamo, né muovono verso di noi, ma sono immobili, mentre siamo noi a produrre i giudizi intorno ad esse e a imprimerli affatto o cancellarli immediatamente, se si fossero formati a nostra insaputa» (Marco Aurelio, I ricordi, cit., p. 177).

[87] Maria Felicia Schepis, Come il fiore della steppa. L'effimero e l'altro, tra Čechov e Jankélévitch, «Heliopolis. Culture e società», XI/1, 2013, p. 102.

[88] Vladimir Jankélévitch - Béatrice Berlowitz, Da qualche parte nell'incompiuto, a cura di Enrica Lisciani Petrini, Einaudi, Torino 2012, p. 126.

[89] Ibid., p. 125.

[90] Maria Felicia Schepis, Come il fiore della steppa, cit., p. 108.

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