Etica e letteratura

Per una poethica oggi

Giuseppe Zoppelli

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Giuseppe Zoppelli vive e insegna a Torino. La sua attività letteraria segue tre direzioni: la storia e la critica della letteratura dialettale, la riflessione metacritica, la produzione lirica. Negli ultimi due ambiti, ha pubblicato i saggi Critica ex. Sullo stato della critica letteraria e della cultura (2000) e Etica della parola poetica (2009), e le raccolte di liriche Frammenti di un mondo probabile (1992), Stella di giorno (2003), Cronica (2007) e In vivavoce (2013).


1. La questione oggi dirimente, per chi crede che la Shoah abbia rappresentato una frattura di civiltà (Zivilisationsbruch), non è soltanto quella della memoria (e della sua qualità: tra negazionismo, banalizzazione e sacralizzazione),[1] ma della memoria dopo la scomparsa dell'ultimo testimone.[2] Così come la questione – per i poeti – non è più solo se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz, ma se sia possibile scriverla dopo l'oblio di Auschwitz: «Il problema non è più, come sembra, fare poesia dopo Auschwitz, bensì dopo l'oblio diffuso di Auschwitz: nella tempesta, cioè, e nel rincretinimento di massa».[3] O forse, più realisticamente, quale poesia dopo Auschwitz.

Premesso che la poesia mal sopporta manifesti, proclami e prescrizioni (con i quali non dà il meglio di sé) e che non si tratta – evidentemente – di scrivere poesie su Auschwitz (o non solo di questo); mantenere Auschwitz come traccia entro i segni di una qualunque espressione umana, anche di quella letteraria e poetica, è il compito etico dell'uomo comune come del poeta. La peculiarità della poesia di oggi e di domani è che non può essere scritta senza tenere conto dei 20 gennaio che ognuno di noi sperimenta, «del modo con cui a ognuno di noi si è rivelato lo scandalo insostenibile della storia». Perché, tra i suoi infiniti ammaestramenti, la Shoah ci ha insegnato che un'altra Auschwitz è ancora possibile (Adorno) e che la realtà ci parla ogni giorno di Auschwitz (Millu), e ci ha fatto comprendere che le "retoriche del disumano", così le chiama Marco Revelli, sono sempre terribilmente attuali e in agguato, come mostrano le cronache politiche degli ultimi anni.

Uno straordinario esempio di come si possa mantenere Auschwitz come traccia entro i segni di qualunque espressione umana è il racconto di Vasilij Grossman La Madonna Sistina: «La Cappella Sistina… La camera a gas di Treblinka…»[4] costituiscono i poli estremi di un cortocircuito della storia. E Iris Hanika  apre  il  suo  romanzo  L'essenziale  (2012)  con  i  seguenti versi, composti sulla 


[1] Cfr. Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano 2011.

[2] Cfr., ad esempio, David Bidussa, Dopo l'ultimo testimone, Einaudi, Torino 2009.

[3] Stefano Colangelo, Versi di carta vetrata nel tempo dell'oblio, «il Manifesto», 9 ottobre 2011.

[4] Vasilij Grossman, La Madonna Sistina, in Il bene sia con voi!, tr. it. di Claudia Zonghetti, Adelphi, Milano 2011, p. 48.

falsariga di Wünschelrute di Joseph von Eichendorff: «Auschwitz vive in ogni poesia / in ogni filo d'erba, ogni fiore di pesco. / Auschwitz vive in ogni poesia / e anche nell'animo di ogni tedesco». La vista della Madonna col bambino di Raffaello risveglia in Grossman, senza che lo voglia, il ricordo di Treblinka: egli riconosce nella Madonna e nel figlio tutte le donne e i bambini che scesi dal treno si avviavano alle camere a gas: «Era lei a calpestare scalza, leggera, la terra tremante di Treblinka, lei a percorrere il tragitto da dove il convoglio veniva scaricato fino alla camera a gas. La riconosco dall'espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall'espressione adulta, strana. Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la loro anima».[5] Ma la Madonna Sistina ha visto anche la collettivizzazione forzata sovietica: «Eccola che si avvia, scalza, con il figlioletto, verso il treno dove la caricheranno. Ha davanti a sé un lungo viaggio, da Obojan', dai dintorni di Kursk, dalle terre fertili di Voronez fino alla tajga, alle paludi dei boschi oltre gli Urali, alle sabbie del Kazachstan».[6] E forse non arriveranno a destinazione, moriranno stremati lungo la strada in una stazione della ferrovia a scartamento ridotto.

Ma l'abbiamo incontrata – ci dice Grossman – anche nel 1937 mentre salutava per l'ultima volta il figlio andando verso il suo destino di dissidente nel gulag sovietico: «E dalla penombra di quell'alba affiora il suo nuovo presente: la tradotta, il carcere di transito, le guardie sulle torrette di legno dei lager, il filo spinato, le notti a lavorare nelle officine del campo, e l'acqua bollita, e tavolacci, tavolacci…».[7] L'avrà riconosciuta Stalin – si chiede Grossman – guardando il quadro di Raffaello? Di certo noi tutti l'abbiamo riconosciuta e abbiamo riconosciuto suo figlio perché «il loro destino siamo noi, madre e figlio sono l'umano nell'uomo. E se il futuro porterà la Madonna in Cina o in Sudan, anche laggiù la riconosceranno come oggi la riconosciamo noi».[8] Insomma, sembra dire Grossman, verrà riconosciuta ovunque sarà messo a dura prova l'umano nell'uomo: sta ad ogni generazione, anche futura, vedere nella Madonna e nel figlio l'umano nell'uomo. «L'umano nell'uomo va incontro alla propria sorte, che in ogni epoca fa storia a sé, è diversa da quella dell'epoca precedente».[9] E la prossima epoca la giovane madre col figlio in braccio «e con la prossima generazione di esseri umani vedrà una luce possente e accecante splendere nel cielo: il primo scoppio della potentissima bomba a idrogeno, foriero di una nuova guerra globale».[10] Anche la prossima generazione, insomma, andrà incontro al proprio destino, e «il destino è sempre, immancabilmente difficile».[11]

Il quadro di Raffaello ci dice «che non c'è forza al mondo in grado di costringerla [la vita] a trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole, non sia vita vera. La forza della vita, la forza dell'umano  nell'uomo  è  enorme,   e   nemmeno  la  forma  più  potente  e perfetta di violenza può


[5] Ibid., p. 47.

[6] Ibid., p. 49.

[7] Ibid., p. 50.

[8] Ibidem.

[9] Ibid., p. 45.

[10] Ibid., p. 51.

[11] Ibid., p. 45.

soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un'epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta».[12] A Grossman e a tanti altri è toccato in sorte di vivere nell'epoca forse più dura, quella delle due guerre mondiali e dei totalitarismi, del nazismo e dei lager, di Stalin e dei gulag, e nell'epoca che annuncia le armi atomiche e termonucleari: il massimo che egli e la sua generazione potranno aver fatto, e che sarà il compito anche delle generazioni future, è «che non abbiamo lasciato morire l'umano nell'uomo. E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell'umano nell'uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà»,[13] anche se ci è toccata in sorte una vita atroce fatta di terrore, vergogna e dolore.

 

2. Ma lungi dall'ammutolire e dall'arrendersi al male, e dunque contro l'interdetto adorniano, si leva la voce dei poeti: «Chi ha fatto il turno di notte per impedire l'arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti»,[14] si chiede e si risponde lo scrittore bosniaco Izet Sarajlić, testimone diretto dell'assedio di Sarajevo, il più lungo del Novecento. E giova ricordare che – ce lo rammenta Erri De Luca – «nell'assedio più lungo del '900, nella Sarajevo degli anni Novanta, i cittadini andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica. Sperimentavano che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l'occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita».[15]

Ecco, nelle parole di Sarajlić, nell'immagine dei poeti che fanno il turno di notte – nella città assediata e bombardata – per preservare un poco di umanità, per impedire che il male e la violenza arrestino – nell'infarto della storia – il cuore umano, il cuore del mondo, il cuore di tutti e di ognuno (perché il male, la violenza, il torto subiti da uno qualsiasi sono il male, la violenza e il torto fatti a tutti, sono crimini contro l'umanità, perché per il poeta sempre vale la legge del Talmud: chiunque salva una vita salva il mondo intero) e nell'immagine dei cittadini di Sarajevo che nel buio della città senza elettricità (e nel buio della ragione e della storia) si recano agli incontri di poesia, come fossero il pane di cui nutrire lo spirito, proprio nel momento in cui sembra prevalere la barbarie; ecco, in questa situazione limite – ancora una volta – emergono le ragioni profonde dell'arte. Le stesse ragioni della  poesia  in  lager.  Ecco  il  compito  della  poesia:  essa  è  la  sentinella insonne che fa la guardia  (non  solo  alla  lingua)  affinché  non  si  fermi  –  come  fosse  un  fuoco che si spegne da tenere sempre vivo – nella notte della storia e della ragione, il cuore dell'uomo, dell'umanità e del mondo. Compito sempre valido, che tendiamo  a  dimenticare in "tempi di pace" nelle  nostre  società  opulente  dello  spettacolo  tra  «dittatura  dell'ignoranza»[16]  ed «egemonia


[12] Ibid., p. 50.

[13] Ibid., p. 51.

[14] Erri De Luca - Izet Sarajlić, Lettere fraterne, Dante & Descartes, Napoli 2007.

[15] Erri De Luca, Prefazione a Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari, Einaudi, Torino 2012.

[16] Giancarlo Majorino, La dittatura dell'ignoranza. Il regime invisibile, Marco Tropea, Milano 2010.

sottoculturale»,[17] quando, invece, le retoriche del disumano sono sempre attualissime perché la realtà ci parla ogni giorno di Auschwitz.

Il poeta polacco Czesław Miłosz ha preferito scrivere poesie anche dopo l'anatema di Adorno, anzi, ha confessato di aver scritto – proprio in quegli anni di barbarie – poesie «pervase di serenità» in mezzo all'orrore; affermazione tanto più sorprendente – se vogliamo – perché siamo di fronte ad uno scrittore per nulla indifferente alla storia e per il quale la responsabilità etica del poeta è un a-priori. Ha scritto in Abbecedario: «La vita non ama la morte. Il corpo, finché può, le contrappone il battito del cuore e il calore del sangue in circolo. Le poesie pervase di serenità che scrissi in mezzo all'orrore si schierano dalla parte della vita, sono una ribellione del corpo contro la sua distruzione. Sono carmina, ovvero incantesimi pronunciati perché per un attimo l'orrore ceda il posto all'armonia, all'ordine: che sia della civiltà o della cameretta dei bambini non fa alcuna differenza. Consolano, dando a intendere che quanto avviene nell'anus mundi è transitorio, e che soltanto l'ordine è durevole. Il che non è affatto certo»:[18] perché, come dice un verso del Trattato poetico,[19] «lo Spirito della Storia si aggira sibilando», e – del resto – il lettore non abita una rosa in una realtà idillica («Eh no, lettore, non abiti una rosa»).

Ai poeti, per cui "l'unica patria è la lingua", non resta che «parlare in modo rozzo e aspro», lontano da ogni tentazione di poesia pura, non resta che sporcarsi alla «polvere dei nomi e degli eventi», che scottarsi alle ustioni della storia lontane dalla ricerca di una "purezza dello stile" e dall'autoreferenzialità di troppa poesia («Deve essere semplice la lingua nativa»), dall'assegnare «al linguaggio un'importanza maggiore / di quella che, senz'essere ridicolo, può reggere». E non è necessario – aggiungiamo – scrivere versi civili, politici, engagés, perché il poeta dice sempre qualcosa a proposito degli uomini; anche quando sembra parlare – o parla – d'altro, la sua arte è sempre allegorica: «Il poeta moderno magari "conta le striature del tulipano", e intanto pensa, anzi spera, di non aver fatto altro; ma che gli piaccia o no, ha detto qualcosa di nuovo sul conto dei fiori, e anche degli uomini».[20] Izet Sarajlić, anche durante la guerra, come Miłosz con le sue "poesie di serenità", ha ribadito «il verbo amare, che i suoi contemporanei, poeti e non, avevano pudore di battere a macchina»; con le sue poesie d'amore «si erano dati voce gli innamorati di due generazioni»;[21] non ha voluto, non ha potuto, non ha saputo odiare nella Sarajevo multietnica e tollerante in cui è vissuto, né prima né durante né dopo la guerra. Dire sì all'amore, anche in tempo di pace, significa – rovesciando Camus – dire no all'odio, anche questo è un modo per portare una traccia di Auschwitz nei propri scritti. L'uomo in rivolta dice no; come il Bartleby melvilliano: «I would prefer not to». Ma lo dice non per partito preso. Non dice no per il gusto e il piacere di contraddire. Dice no non perché  sia  un  bastian  contrario.  L'uomo  in  rivolta  di  Camus dice no e


[17] Massimiliano Panarari, L'egemonia sottoculturale. L'Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino 2010.

[18] Czesław Miłosz, Abbecedario (1997-1998), a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano 2010,  p. 40.

[19] Czesław Miłosz, Trattato poetico (1957), tr. it. di Valeria Rossella, Adelphi, Milano 2011.

[20] Michael Hamburger, La verità della poesia. Da Baudelaire a Montale, tr. it. di Valentina Poggi, Il Mulino, Bologna 1987, p. 26.

[21] Erri De Luca, Prefazione a Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, cit.

contemporaneamente sì: no in nome di altro e sì ad altro. Non è un nichilista; infatti «se rifiuta, non rinuncia».[22] I tanti personaggi letterari (i vari Antigone, lo scrivano Bartleby, Cyrano de Bergerac, il buono e pigro Oblomov, il pompiere Montag, l'archeologo Zybin, Cosimo de Il barone rampante, la vecchia e piccola Ana No ecc.) che hanno rabbiosamente rifiutato una qualche oppressione nei loro confronti rappresentano «la somma, in fondo, di tutti i sì insiti nei loro no»,[23] perché «ognuno di loro, comunque, nello spazio aperto alla libertà con il proprio rifiuto – a seconda dei casi per forza di volontà o per forza di inerzia – afferma l'esistenza di valori superiori».[24]

Quando, poi, la Shoah non ritorna direttamente, come nella poesia di Sarajlić Il proprietario delle scarpe numero 43 (la misura dell'autore), nata dalla contemplazione di un paio di sandali da bambino esposti nel museo di Auschwitz; e ritorna come una fitta di dolore e di rimorso, come senso di colpa che attanaglia, per la capacità empatica di immedesimarsi in quel bambino ebreo, nella condivisione di una comune infanzia: «Uno potrebbe davvero / sentirsi colpevole. / Uno / che è arrivato ad avere delle scarpe numero 43. // E che, / nel 1941, / correva in quegli stessi sandali da bambino / anche lui» (Sarajlić aveva allora undici anni). E tracce di Auschwitz rimangono, indubitabilmente, anche nell'immaginario collettivo, se Luciano Erba in una sua poesia, A scuola di sguardo (in L'ipotesi circense), nell'elencare lenti, occhiali e pince-nez della sua vita, non può fare a meno di ricordare quelli ammucchiati nei lager: «Addirittura vi sono occhiali che parlano / quelli a mucchi dei campi di sterminio». Ora quelle cataste di scarpe, ora quegli occhiali ammucchiati hanno parlato al poeta friulano Giacomo Vit, per il quale è scoccata l'ora del 20 gennaio, anche se «non er[a] al mondo ai tempi degli orrori nazisti, né h[a] compiuto un viaggio ad Auschwitz per osservare dal vivo quei luoghi» (Nota introduttiva dell'autore a Zyklon B). Ora anche Vit ha guardato in volto la Gorgone, l'«incomprensibilità del male». Ha dunque ragione Erba: vi sono occhiali che parlano, oggetti che – direbbe Vit – testimoniano la loro "vita"; e proprio così si apre la suite vitiana: «Lente rotta che parla della sua / imperfezione, nostalgia di pelle» (I Ociai). Parlano: dunque testimoniano. A nome dei sommersi. In loro vece. Non la loro "vita" di oggetti disincarnati. Come li legge Jameson: «Privati del loro precedente mondo vitale come il mucchio di scarpe rinvenuto ad Auschwitz».[25] E invece, tra le scarpe della contadina di Van Gogh (Un paio di scarpe, 1887) e le Diamond Dust Shoes (1980) di Andy Warhol esaminate da Jameson, dovremmo proprio collocare il mucchio di scarpe di Auschwitz.

Le poesie di Sarajlić, Miłosz, Vit ci dicono che quegli oggetti, quei capelli, quelle valigie, quegli occhiali, quelle scarpe non sono muti, come vorrebbe Jameson, non sono "oggetti morti", non sono materiali inerti,  disanimati,  senza spessore storico.  Ci invitano,  come farebbe lo storico con le sue


[22] Albert Camus, Mi ribello, dunque siamo, «Domenica - Il Sole 24 Ore», 5 febbraio 2012.

[23] Edith de la Héronnière, Ma il mare dice no, a cura di Vera Verdiani, L'ippocampo, Milano 2013, p. 138.

[24] Ibid., p. 151.

[25] Fredric Jameson, Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di Massimiliano Manganelli, Fazi, Roma 2007, p. 26; ma già in Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di Stefano Velotti, Milano, Garzanti 1989.

fonti, a interrogarli; come fa l'Omero foscoliano che penetra negli avelli, li abbraccia e li interroga, e allora: «Gemeranno gli antri / secreti, e tutta narrerà la tomba». Questa volta siamo dalla parte di Heidegger e della sua interpretazione del quadro di Van Gogh: le scarpe della contadina «ricreano lentamente intorno a sé stesse l'intero mondo oggettuale perduto che un tempo ne costituiva il contesto vissuto»;[26] l'opera d'arte «intorno a sé porta alla rivelazione tutto un mondo e una terra assenti, insieme al passo pesante della contadina, alla solitudine del sentiero nel campo, al casolare nella radura, agli strumenti di lavoro consumati e rotti nei solchi e vicino al focolare».[27] Allo stesso modo i capelli, gli occhiali, le scarpe di uomini, donne, bambini gasati – che comunque non sono comparabili alla rappresentazione di scarpe in un quadro – sono in grado, per chi voglia interrogarli, di ricreare intorno a sé "l'intero mondo oggettuale perduto che un tempo ne costituiva il contesto vissuto" e di rivelare "tutto un mondo e una terra assenti", sono «l'indizio o il sintomo di una realtà più vasta, che si sostituisce a essa come sua verità ultima».[28] Non poteva mancare anche in Vit, come in Sarajlić o come nell'analisi di Jameson, la scarputa (scarpina) rimasta orfana. Di un piede che ‒ a differenza delle scarpe-piede di Magritte (Le modèle rouge, 1935), scarpe che s'incarnano piedi che s'incuoiano, a cui si rifà lo stesso Jameson ‒ si trasforma in bistiuta al sicuro nel caldo buono della sua tana (grota); "piccola carne" amputata dalle tragedie della storia a cui sembra ancora aspirare, per ricongiungersi, la scarputa, testimone – come in Sarajlić – di un piede che non è più cresciuto, di un sole che non è più (ri)sorto.

 

3. Per quanto arduo sia avere fiducia nell'uomo dopo Auschwitz (una fiducia che non sia a breve termine o di breve durata, e del resto come può un uomo torturato mantenere la fiducia nel mondo: «La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non può essere riconquistata»);[29] altrettanto arduo è non averne e rinunciare a tutte quelle prove di resistenza dell'umano all'inumano e al disumano, al "miracolo della bontà umana", a quella "bontà illogica" dei singoli, al "coraggio del singolo in nome del bene", di cui abbiamo ampia – benché sottovalutata – testimonianza e di cui ci parla nelle sue opere Vasilij Grossman. Come possiamo rimanere insensibili al gesto di una bambina che vuole impedire al vecchio maestro di guardare la morte e l'orrore: «Il vecchio maestro ansimava, ma continuava a tenere in braccio la piccola Katja. Pensare a lei lo distraeva. "Come posso tranquillizzarla? Come posso illuderla?" pensava, e lo prese una tristezza infinita. Neanche in quell'ultimo istante c'era qualcuno a sorreggerlo, a dirgli le parole che voleva sentire, che bramava da una vita, più di tutta la saggezza dei libri sulle grandi idee e sulle grandi imprese dell'uomo. La bambina si girò verso di lui. Il suo volto era sereno, era il volto pallido di un adulto pieno di compassione partecipe. E nel silenzio improvviso che era sceso il vecchio  sentì  la  sua  voce:  "Maestro,"  disse,  "non guardare da quella

 


[26] Ibid., p. 25.

[27] Ibidem.

[28] Ibid., p. 26.

[29] Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz, tr. it. di Enrico Ganni, Bollati Boringhieri, Torino 1988, p. 82.

parte, se no ti spaventi", e come una madre gli coprì gli occhi con le sue manine».[30]

Alla banalità del male si contrappone la bontà insensata:[31] agli occhi del vecchio maestro Boris Isaakovič i nazisti avevano sbagliato i conti: «Hanno tolto le briglie all'odio e ne è nata la compassione».[32] Non si può umanamente rimanere per sempre indifferenti al destino del proprio vicino: «In quel mare di indifferenza universale si era formata una piccola fenditura, una piccola crepa»;[33] entro la fenditura di quel mare gelato di indifferenza si insinuano il calore umano e la solidarietà. «Ci ho riflettuto – scrive Grossman – : gli autentici legami secolari fra persone, popoli e culture, la vera fratellanza non sbocciano negli uffici o nei palazzi del governo, ma nelle izbe, nelle carceri di transito, nei lager, nelle caserme. E sono i legami più forti, più resistenti. Sono quelle parole – scritte alla luce fioca di un lume e lette in un'izba, sui pancacci di prigioni e caserme, in una stanzetta piena di fumo – a intessere legami di comunanza, amore e rispetto reciproco fra i popoli».[34]

Insomma, l'una – l'assenza di speranza – può convivere, nel lager e nel gulag, con l'altro – il bene: se «nulla speranza li conforta mai», è altrettanto vero che è «per trattar del ben ch'i' vi trovai», come scrive Dante proprio nell'Inferno. Il bene, o meglio la bontà – come la chiama Grossman («Non ci credo, io, al bene. Io credo nella bontà»: «È la bontà dell'uomo per un altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà insensata, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini aldilà del bene religioso e sociale»)[35] – si può trovare, al limite estremo, nel luogo più infernale privo di luce e di speranza. È quanto sostiene Varlam Šalamov: «I miei scritti sono la conferma del bene sul male».[36] Egli misura in sé stesso la resistenza dell'uomo a rimanere umano: «Fissai alcune regole essenziali di condotta […]. Non sarei mai stato un delatore, una spia. Sarei stato sincero in tutti quei casi in cui la verità, e non la menzogna, andava a vantaggio di un altro essere umano. Mi sarei comportato con tutti allo stesso modo, superiori e inferiori. E un rapporto di conoscenza con un capo non sarebbe mai valso più di quello con l'ultimo dei dochodjagi, i relitti umani».[37]

Šalamov misura la sua forza morale (per questo difende Zajac dal pestaggio, più per sé stesso che per l'altro), perché questo è il suo dilemma: «Avevo o non avevo forze morali sufficienti a percorrere il mio cammino?».[38]  Ma,  oltre alla resistenza, come scrive Saviano, «Šalamov riesce a


[30] Vasilij Grossman, Il vecchio maestro, in Il bene sia con voi!, cit., p. 40.

[31] Cfr. anche, a tale proposito, Gabriele Nissim, La bontà insensata. Il segreto degli uomini giusti, Mondadori, Milano 2011.

[32] Ibid., p. 29.

[33] Vasilij Grossman, La strada, in Il bene sia con voi!, cit., p. 118.

[34] Vasilij Grossman, Il bene sia con voi! Appunti di viaggio, in Il bene sia con voi!, cit., p. 172.

[35] Vasilij Grossman, Vita e destino, tr. it. di Claudia Zonghetti, Adelphi, Milano 2008, pp. 23 e 388.

[36] Cit. da Roberto Saviano, La conferma del bene, prefazione a Varlam Šalamov, Višera: antiromanzo, tr. it. di Claudia Zonghetti, Adelphi, Milano 2010.

[37] Varlam Šalamov, Višera, cit., p. 67.

[38] Ibid., p. 24.

dimostrare la bontà del singolo gesto nell'inferno quotidiano del gulag».[39] La stessa resistenza dell'umano nell'uomo di cui parla Grossman a proposito della Madonna Sistina di Raffaello in un racconto splendido, esempio di come si possa mantenere Auschwitz come una traccia nella letteratura («Chiunque la guardi coglie in lei l'umano: è l'immagine del cuore materno»):[40] «L'umano nell'uomo ha continuato a esistere su tutte le croci a cui l'hanno inchiodato e in tutte le prigioni in cui lo torturavano. È rimasto vivo nelle cave di pietra, ai cinquanta gradi sotto zero nei boschi da tagliare nella tajga, nelle trincee allagate vicino a Przemyśl e Verdun. È rimasto vivo nell'esistenza monotona degli impiegati, nella miseria delle lavandaie e delle domestiche, nella loro lotta estenuante e vana con il bisogno, nella fatica spenta, senza gioia, delle operaie in fabbrica. La Madonna con il bambino è l'umano nell'umano: sta in questo la sua immortalità».[41] Ma Grossman incontra «il cuore di un uomo», il «coraggio del singolo in nome del bene» anche fuori dal gulag, in un viaggio e soggiorno in Armenia nel 1961, in una povera izba russa, nelle parole di un vecchio contadino «poco istruito» e «illetterato», che lo colpiscono fino alla commozione.[42]

Dunque, in mezzo all'inferno del lager (come del gulag, come di tanti altri orrori, anche contemporanei e attuali) si manifesta il bene, un «volo sotterraneo del bene» dice Vit in XV Giambis di lenc; qui sotto forma di protesi, di gambe di legno, di stampella, insomma di aiuto e di sostegno, ma – più in generale – sotto forma della bontà insensata perché «gli uomini buoni sono ovunque proprio perché sono uomini».[43] Se questa bontà non basta a riscattare il dolore dei sommersi e dei salvati, se non basta a scongiurare altri possibili orrori, può però restituire all'uomo quella fiducia nell'uomo che Jean Améry, sottoposto a tortura, aveva per sempre perduto. Quella fiducia nell'altro, quella speranza nel futuro ravvisabili negli occhi di una bambina, i quali «avranno la giusta luce per forare / le siepi di neve nera, e guardare dove il vento / si srotola ridendo…», in XVI Flun (flabuta contada al freit). Forse quegli occhi fanciulli saranno in grado di rompere l'incantesimo del male, di liberarci dal male. Così la suite di Vit, iniziata con la lente rotta che parla, si conclude sul senso della vista, sullo sguardo pulito di una bambina che si sincronizza sulla «giusta luce» e che assume su di sé lo sguardo che avrebbero potuto avere «seduti nel cortile della vita» tutti i bambini finiti nelle camere a gas: perché, come dice Semprún, «forse, qualche volta, bisogna parlare a nome dei naufraghi»; forse, qualche volta, bisogna riconoscersi in essi, attivare coi neuroni specchio la capacità tutta umana di immedesimarsi in essi, di sentire su di sé e condividere il loro destino e, dunque, di provare pietà. Fare come Sarajlić che, proprietario delle scarpe numero 43, davanti ai sandali da bambino esposti al museo di Auschwitz pensa che, nel nome di una comune infanzia, egli nel 1941 «correva in quegli stessi sandali da bambino / anche lui».


[39] Roberto Saviano, La conferma del bene, cit.

[40] Vasilij Grossman, La Madonna Sistina, cit., p. 44.

[41] Ibid., pp. 45-46.

[42] Cfr. Vasilij Grossman, Il bene sia con voi! Appunti di viaggio, cit., pp. 228-232.

[43] Ibid., p. 231.

4. Negli ultimi anni e negli ultimissimi mesi l'aria che la letteratura respira è da "malato terminale"; anzi, la letteratura sembra non respirare affatto: soffoca, e la sua voce nella società massmediologica è sempre più flebile; sembra sopravvivere grazie all'ossigeno che qualche volenteroso e irriducibile scrittore o critico ancora le somministra in limine mortis... Ci hanno insegnato da tempo a considerare la letteratura con il suffisso post: si è parlato di letteratura postmoderna o – meglio ancora – postuma; insomma che viene "dopo". Così aveva significativamente intitolato un suo discusso saggio Giulio Ferroni: Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura.[44] E come dargli torto in una società liquida e globalizzata che riduce l'individuo a conformistico consumatore e a spettatore passivo, culturalmente imprigionato tra la dittatura dell'ignoranza e l'egemonia sottoculturale nazional-popolar-gossipara, e che a fatica e con coraggio ci sentiremmo di definire civiltà dello spettacolo, come ancora fa Vargas Llosa,[45] quando invece bisognerebbe parlare di inciviltà di quella che Guy Debord ha criticamente definito società dello spettacolo. Scrive Majorino: la "dittatura dell'ignoranza", «in che consiste sostanzialmente? In una dinamica sudditanza diffusa, inalata quasi senza avvedersene minuto dopo minuto, una sorta di aria dell'aria confusamente composta da: comunicazioni di massa, sfrenato bombardamento pubblicitario, istituzione permanente della spettacolarità, progressiva sostituzione del linguaggio con le immagini, sottovalutazione del pensare o ragionare, dipendenza da stereotipi, scollamento dalle ricerche della cultura e dell'arte, dominio del Denaro e del Potere, netta benché spesso mascherata divisione tra chi ha, e quindi è, e chi non ha, e quindi non è».[46] Il risultato è  la trasformazione della nostra vita in vitetta.

Ma negli ultimi tempi i titoli apparsi in libreria sono ancora più allarmanti – se possibile – e il clima ancora più irrespirabile: La letteratura in pericolo, ha avvertito quasi strillando Todorov,[47] proprio lui che ha contribuito, col suo strutturalismo, ad assassinare la letteratura, a fare della poesia un mero gioco combinatorio a incastri, a fare della poesia un testo da dissezionare sul freddo marmo anatomico dell'autopsia critica, con i suoi strumenti e tecnicismi e ferri del mestiere; a cui sembra rispondere lo stesso Ferroni con un laconico e liquidatorio Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero,[48] come dire vuoti a perdere, appunto; Contro la letteratura sentenzia e tuona minaccioso Davide Rondoni (e il sottotitolo, che è tutto un programma, è proprio il caso di dire, suona: Poeti e scrittori una strage quotidiana a scuola).[49] E ancora, con tono da viaggiatore cerimonioso, Letteratura addio, saluta nostalgico Daniele Gorret;[50] e il sempre attento e militante Filippo La Porta chiede, non si sa se pregando o ingiungendo,  Meno  letteratura,  per  favore!;[51]  e  sembra  fargli eco, con lo


[44] Giulio Ferroni, Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi, Torino 1996, ora riproposto con il titolo Dopo la fine. Una letteratura possibile, Donzelli, Roma 2010.

[45] Mario Vargas Llosa, La civiltà dello spettacolo, tr. it. di Federica Niola, Einaudi, Torino 2013.

[46] Giancarlo Majorino, La dittatura dell'ignoranza, cit., p. 9.

[47] Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, tr. it. di Emanuele Lana, Garzanti, Milano 2008.

[48] Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, Roma-Bari 2010.

[49] Davide Rondoni, Contro la letteratura. Poeti e scrittori una strage quotidiana a scuola, Il Saggiatore, Milano 2010.

[50] Daniele Gorret, Letteratura addio, Ass. Edizioni L'Obliquo, Brescia 2010.

[51] Filippo La Porta, Meno letteratura, per favore!, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

stesso tono ingiuntivo, Berardinelli: Non incoraggiate il romanzo;[52] mentre la poesia si estingue tra gli ultimi poeti, così Ferroni definisce Giudici e Zanzotto,[53] e le pagine scritte usate – con nichilistica frivolezza e futilità ‒ come carte da sandwich.[54] Ora, sono ben consapevole che tutti questi libri non si possono assimilare e accomunare ma, anche solo a leggerli in rapida carrellata, questi titoli si rivelano indicativi e rivelatori di un clima culturale generale. A metterli in fila si rischia di sentirsi improvvisamente stanchi, sfiduciati, depressi…

Ma poi, a rimettere tutto in discussione, arriva un libriccino del poeta maghrebino Mohammed Bennis: Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità.[55] Noi diciamo che la letteratura è postuma, noi scriviamo contro la letteratura, noi ci congediamo da essa: letteratura addio, appunto; e arriva un intellettuale e poeta arabo a ricordarci a quale tradizione apparteniamo, da quale cultura europea discendiamo e a restituire un possibile senso alla letteratura. Dobbiamo sentirci grati a Bennis, ma anche in colpa per aver tradito: che sia questo il vero tradimento degli intellettuali chierici? Quando poi gli intellettuali stessi, come nel romanzo di Roberto Bolaño 2666, che verte sul rapporto tra letteratura e male, non si siano resi, a causa della loro inettitudine, complici della barbarie. Certo, la poesia, dopo secoli di dominio letterario – almeno nella nostra tradizione (non a caso l'italiano è stato definito da qualcuno "lingua da sonetti") – vive una condizione catacombale: è in crisi prima di tutto la letteratura, sempre più emarginata all'interno dell'universo massmediologico; ma poi la poesia è surclassata da altri generi (in primis dal romanzo e dal best seller), sostituita nei consumi culturali dei più giovani dal surrogato delle canzonette (a cui qualche critico sta dando eccessivo credito), sempre meno pubblicata e promossa dalle grandi case editrici, scarsamente recensita sulle pagine culturali e, per finire, letta da pochi fedeli appassionati.

Ma è poi un male per la poesia questa condizione catacombale? A volte l'essere trascurati dai media può risultare addirittura un vantaggio, non un danno: a volte la forza, culturale e morale, deriva – per dirla con Goffredo Fofi – da una «vocazione minoritaria» e dalle minoranze etiche,[56] a cui si può senz'altro ascrivere la poesia stessa, indubbiamente oggi a vocazione minoritaria e minoranza etica. Cosa ci ricorda Bennis che noi oggi abbiamo dimenticato? È sufficiente estrapolare qualcuna delle sue condivisibili considerazioni, consapevoli del rischio che corriamo estraendole e isolandole dal loro contesto: la prima, in verità, è in parte una citazione da Gadamer; scrive Bennis: «Il dialogo è la nostra giusta voce: "Ascoltare l'altro mi sembra essere la vera elevazione dell'uomo all'umanità"»; la seconda, sulla scia della precedente, dice: «La poesia concorre a preservare l'umano. Un atto di resistenza». La terza afferma che «la cultura non può essere lasciata nelle mani


[52] Alfonso Berardinelli, Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana, Marsilio, Venezia 2011.

[53] Giulio Ferroni, Gli ultimi poeti. Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto, Il Saggiatore, Milano 2013.

[54] Attilio Lolini, Carte da sandwich, Einaudi, Torino 2013.

[55] Mohammed Bennis, Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità, a cura di Francesca Corrao e Maria Donzelli, Donzelli, Roma 2009.

[56] Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze, a cura di Oreste Pivetta, Laterza, Roma-Bari 2009.

dei tecnocrati. È l'officina degli intellettuali che s'impegnano a tramandare i grandi valori dell'umanità»; la quarta e ultima considerazione dichiara: «La terra della poesia è sempre una terra  altra,  plurale,  futura,  nel  futuro.  Accogliere  l'altro,  con  gioia,  è  l'etica  della  poesia moderna».[57]

Verrebbe da dire, con Orazio e con Kant: «Sapere aude», abbi il coraggio di sapere e di pensare liberamente, il coraggio intellettuale e illuministico di vincere la pigrizia e la viltà, così ampiamente dispensate a piene mani nella società dello spettacolo tra dittatura dell'ignoranza e "barbarica" sottocultura dominante;[58] e di affermare la verità della poesia, contro ogni strumentale pensiero debole. Quel coraggio che, a quanto pare, a molti di noi oggi manca. In fondo le prime due considerazioni di Bennis sono riassumibili in un unico punto: l'elevazione dell'uomo all'umanità, l'umanizzazione dell'umano, la poesia che concorre a preservare l'umano. Il discorso è molto semplice: umani si diventa: è il processo di antropogenesi, è l'umanizzazione dell'uomo, è il divenire umano nell'uomo. Se l'uomo ha un fine, e non parlo di un fine teleologico ma storico, assegnatosi peraltro dall'uomo stesso, è il dantesco seguir virtute e conoscenza.[59]

Ciò che davvero importa (e potrà sembrare strano a qualcuno che non si dica: la poesia) è il processo storico di antropogenesi e di umanizzazione dell'umano (per dirla con le parole di un credente: «L'umano che è in noi e che siamo chiamati a nutrire ed educare, è il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio, sicché noi siamo chiamati a divenire umani. Questa la nostra vocazione»).[60] La cultura, l'arte e l'educazione estetica – per quanto importanti (ma non uniche ed esclusive) – sono solo un aspetto di tale processo di umanizzazione anche dell'uomo di oggi, mentre assolutamente prioritari sono l'insegnamento morale e la dimensione etica, come tristemente e tragicamente insegna la Shoah, perpetrata nel cuore della progredita civiltà europea ed occidentale, nella Germania di Goethe, di Hegel, di Beethoven. Basterebbe ricordare quanto scritto da George Steiner: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz».[61] E di rincalzo, sull'impotenza – a volte – della cultura e sui limiti dell'arte, scrive Filippo La Porta: «Con la prima guerra mondiale è caduta per sempre la fede nel progresso, nelle magnifiche sorti dell'umanità. Secoli di tradizione classica,  di  sublime  artistico,  di  umanesimo, non hanno evitato


[57] Mohammed Bennis, Il Mediterraneo e la parola, cit., pp. 9, 61, 23, 43.

[58] Cfr. Pier Aldo Rovatti, Noi, i barbari. La sottocultura dominante, Raffaello Cortina, Milano 2011.

[59] Scrive Vito Mancuso a conclusione de La vita autentica: «Penso però che per tutti valgano le celebri parole dell'Ulisse dantesco, secondo le quali, alla luce della nostra essenza di uomini, la vita autentica è quella vissuta all'insegna del bene (virtute) e dell'amore per la verità (canoscenza). Impostare tutte le relazioni sulla base di questi valori è la più grande fortuna che possa capitare nella vita» (Vito Mancuso, La vita autentica, Raffaello Cortina, Milano 2009, p. 171).

[60] Luciano Manicardi, Raccontami una storia. Narrazione come luogo educativo, Edizioni Messaggero, Padova 2012, p. 140.

[61] George Steiner, Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio, la letteratura e l'inumano (1967), tr. it. di Ruggero Bianchi, Garzanti, Milano 2006, p. 9.

gli orrori di un conflitto immane e inutile. E poi il nazismo, sorto non nell'Africa subtropicale, ma nella culla della filosofia idealistica e della musica romantica, ha mostrato come la cultura stessa non sia di per sé una forza umanizzatrice. I suoi anticorpi, gli argini che riesce a costruire si rivelano ben poca cosa di fronte al potere e al fanatismo. Ciò che con il nazismo si manifesta in modo esemplare è una inarrestabile volontà di potenza, che prevale quasi ovunque sulle idee, sulla ragione, su ogni credenza genuina e che affonda le sue radici nel fondo oscuro della nostra civiltà».[62]

Del resto l'ayatollah Khomeini, che lanciò la fatwa contro i Versi satanici di Salman Rushdie, aveva scritto da giovane versi d'amore, peraltro all'epoca censurati dagli sciiti tradizionalisti con l'accusa di eresia; Mao Zedong scrisse liriche apprezzate da Fortini; Stalin da studente scriveva sulle riviste letterarie, amava la letteratura romantica, leggeva Puškin e Goethe, tentava qualche rima; Gheddafi componeva poesie contro il generale americano Schwarzkopf, protagonista dell'operazione Desert Storm durante la prima Guerra del Golfo; lo psichiatra Radovan  Karadžič, incriminato dal Tribunale Internazionale dell'Aja per crimini contro l'umanità e genocidio, responsabile politico del massacro di Srebrenica e dell'assedio e dell'incendio della Sarajevo di Izet Sarajlić, si era dedicato alla poesia; e potremmo proseguire con i tiranni di ieri e di oggi. Da una parte dunque politici e dittatori che censurano, perseguitano, imprigionano e fanno uccidere scrittori e poeti, dall'altra dittatori (ma a volte sono gli stessi) di animo sensibile e generoso che amano e leggono i poeti: come spiegare un tale comportamento apparentemente contraddittorio? Una possibile risposta può essere senz'altro data dall'interno della sfera estetica e dal punto di vista della poesia stessa; ma forse la risposta più persuasiva va cercata oltre i loro confini.

 

5. Cosa può fare la poesia? Anche senza più mandato sociale la poesia può ritenere, quasi presso di sé, il suo valore veritativo in quanto luogo delle verità umane. Il suo compito etico è, da una parte – in negativo –, di preservare un poco di umanità (anche laddove regnano l'inumano e il disumano, come nei campi di sterminio, nei gulag, nei laogai cinesi, nei campi di prigionia della Corea del Nord, nel carcere di Abu Ghraib o negli altri luoghi contemporanei dell'orrore o nelle attuali pratiche di disumanizzazione dell'umano); e dall'altra – in positivo – di educare all'umano (alla libertà e alla dignità e, una volta si sarebbe detto, alla nobiltà di spirito). «La  poesia può aiutare l'uomo a essere umano», ha scritto la poetessa May Swenson; così come la narrativa e la letteratura tutta: «Il racconto guarisce, il racconto fa passare dalla morte alla vita, dal disumano all'umano. Il racconto umanizza».[63] La «vocazione esistenziale» della letteratura, la sua «funzione antropologica», proprio perché oggi periferica e marginale, ha scritto Ezio Raimondi, è «di  trasformare la memoria in esperimento, in  costruzione  dell'uomo»;[64] o, per dirla con Todorov, la


[62] Filippo La Porta, Maestri irregolari. Una lezione per il nostro presente, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 20.

[63] Luciano Manicardi, Raccontami una storia, cit., p. 101.

[64] Ezio Raimondi, Un'etica del lettore, Il Mulino, Bologna 2007, p. 76.

letteratura «permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano».[65]

La letteratura e la poesia contribuiscono (o possono contribuire) ad ampliare la sfera e il cerchio dell'empatia: tra l'uno e il due, tra l'io e il tu, i molti; e a incrementare e innalzare il livello di moralità. Afferma lo scrittore inglese Ian McEwan, pur consapevole dei limiti, delle contraddizioni e – in fondo – del paradosso che sta alla base del rapporto letteratura-morale, così come della barbarie e delle stupidità che ci circondano, e della fatica con cui l'uomo compie due passi in avanti per farne uno e mezzo indietro: «Credo che la capacità di mettersi nei panni di un altro, l'empatia, sia  il fondamento della nostra morale. Trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi […]. Ma sappiamo anche che uno dei popoli più eruditi del secolo scorso, i tedeschi, hanno commesso alcune delle più inimmaginabili crudeltà. Viviamo con questo paradosso. Ma io continuo ad aggrapparmi alla convinzione, e forse è più una speranza, che quando la società sviluppa degli strumenti, attraverso la letteratura, la drammaturgia, il cinema, la televisione, per spingerci a considerare la condizione di altre persone, il cerchio dell'empatia, della comprensione, della compassione, si allarga».[66]

In fondo, anche il poeta, non diversamente dagli altri uomini, deve solo saper fare, come vuole Charles Péguy, il suo mestiere d'uomo: «Il faut sur la terre faire son métier d'homme», e imparare ad abitare umanamente il mondo; per questo l'arte può solo contribuire, come voleva Brecht, alla più grande di tutte le arti: l'arte di vivere. Per questo ha ragione il poeta veneto Giacomo Noventa a preferire all'arte e alla gloria l'onor: «Dove i me versi me portarìa, / Acarezandoli come voialtri, / No' so fradeli. / Tocai i limiti del me valor, / Forse mi stesso me inganarìa, / Crederìa sacra l'arte, e la gloria, / Più che l'onor» (Dove i me versi, in Versi e poesie). Un poeta che è tanto più necessario rileggere oggi, proprio perché non crede all'assoluto della poesia ma rende evidenti i limiti del verso: «No' tuto quelo che penso e vedo / Vol i me versi spiegar e dir… // Ma la parola che pur me resta / Xé sugerirve: çerché più in là» (Mi me son fato).[67]

Rob Riemen, nel saggio La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta, ricorda l'occasione in cui nacque l'idea del libro, in particolare l'incontro a New York, nel novembre 2001 all'indomani dell'attentato terroristico alle Torri gemelle, con un amico di Elisabeth Mann Borgese, figlia di Thomas Mann e moglie dello scrittore e critico italiano Giuseppe Antonio Borgese. Joseph Goodman, sconosciuto musicista, stava allora componendo su testo di Walt Whitman una Cantata Sinfonica per voce solista, coro e orchestra dal titolo Nobiltà di spirito. Opera rimasta incompiuta e poi distrutta dal suo autore in un attacco di depressione e di furia autodistruttiva, prima di morire improvvisamente di lì a poco. Così ne parla a Riemen, appena conosciuto quella sera a cena: «Nobility of spirit, la nobiltà di spirito, è l'idea fondamentale. Essa è alla base della realizzazione della vera libertà, perché la democrazia, un mondo libero, non possono esistere senza questo fondamento morale. Il capolavoro di Whitman, la sua intera visione consistono  proprio in questo: la vita è un cammino alla ricerca  della  verità,  della  bellezza,  della  bontà  e  dell'amore. È l'arte di


[65] Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, cit., p. 17.

[66] Lara Ricci, Un materialista pieno di meraviglia. A colloquio con Ian McEwan, «Domenica - Il Sole 24 Ore», 30 giugno 2013.

[67] Giacomo Noventa, Versi e poesie, a cura di Franco Manfriani, Marsilio, Venezia 1986.

diventare esseri umani, di coltivare l'anima dell'uomo».[68] Un cammino – aggiungiamo – mai finito, mai concluso una volta per tutte, da ricominciare ogni volta da capo, con fatica ad ogni generazione; un cammino che non offre facili consolazioni, fideistiche certezze o salvezze, e il cui esito e la cui realizzazione non potranno mai essere garantiti da nulla e da nessuno.

Riconoscere il potere della parola (che non va confuso con la lingua del potere o con il linguaggio oppressivo e dell'oppressione di cui ha parlato Toni Morrison nella sua Nobel Lecture; o, ancora, con la forza della lingua come strumento di omologazione del sentire comune e di propaganda, di cui ha parlato Klemperer) presuppone – contemporaneamente – il prendersi cura della parola stessa. Tanto più che gli esseri umani non solo sono letteralmente immersi nel linguaggio e nell'odierna logosfera, a tal punto dal non esserne nemmeno più consapevoli, così come naturalmente respirano aria, ma sono – oggi – attraversati come non mai da flussi continui di informazioni. Il rischio è uno svuotamento della parola, la falsificazione del significato delle parole, la loro "manomissione": «Le nostre parole hanno perso significato perché le abbiamo consumate con usi impropri, eccessivi o anche solo inconsapevoli».[69] Il linguaggio pubblico e la Lingua Nostrae Aetatis, come la definisce Gustavo Zagrebelsky,[70] sono spesso uniformi, omologanti, ripetitivi, stereotipati, kitsch, infarciti di convenzioni verbali, impoveriti dal punto di vista lessicale, impregnati di aziendalismo e produttivismo, di tic linguistici e di tormentoni, rivelatori dello stato di salute di una lingua. Il grado di civiltà di un popolo si misura anche dallo stato della sua lingua.

La parola poetica mantiene una manutenzione continua del linguaggio anchilosato dei media, della pubblicità e della propaganda politica, più propensi questi ultimi – per dirla con Carofiglio – alla manomissione delle parole: insomma il discorso poetico "sloga" lo slogan, attua una slogatura delle articolazioni e delle giunture irrigidite e arrugginite della lingua. La parola poetica, pur fatta della stessa volatile materia del linguaggio, anzi proprio perché fatta della stessa sostanza, è un efficace e potente antidoto alla sclerotizzazione, all'anchilosi, alla paralisi, allo svuotamento, alla sordità, alla narcotizzazione del linguaggio mediatico, di quello pubblicitario e del discorso politico. Assumerne anche solo una minima dose giornaliera può avere il salutare e benefico effetto di mitridatizzare il veleno e le tossine della lingua di plastica. Il poeta è, per riprendere un racconto di Kafka, la sentinella insonne che veglia sulla lingua. Le risorse retoriche del linguaggio poetico, costitutive del testo, tendono a sovvertire l'ordine simbolico con cui costruiamo il reale. Scrive il poeta Mark Strand: «La poesia rappresenta quindi una difesa contro la dipendenza anestetizzante dagli slogan e dai cliché che contraddistingue la società, contro la povertà di linguaggio dei nostri politici e dei nostri telegiornali. In ogni epoca essa offre nuovi modi per dire ciò che ha sempre detto e per ricordarci che, ieri come oggi, siamo sempre essere umani».[71]



[68] Rob Riemen, La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta, tr. it. di David Santoro, Rizzoli, Milano 2010, p. 30.

[69] Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano 2010, p. 15.

[70] Gustavo Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Einaudi, Torino 2010.

[71] Mark Strand, Ritrovarsi sull'isola dei poeti, «Domenica - Il Sole 24 Ore», 3 luglio 2011.

La cura delle parole, è bene rammentarlo, non è mai fine a sé stessa: la parola è azione (anche solo comunicativa) e le parole producono realtà e provocano effetti, le parole inducono al movimento (innanzitutto, come vuole Manzoni, al movimento della mente). L'idea che affascina lo scrittore è che esse «abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo».[72] Ridare senso alle parole, liberarle dalle convenzioni verbali e dai non significati vuol dire «cercare di dare senso alle cose, ai rapporti fra le persone, alla politica intesa come categoria nobile dell'agire collettivo».[73] Le parole fanno le cose, sia quando hanno valore performativo con effetti diretti nel mondo materiale e nei rapporti umani, sia quando – come quelle narrative, descrittive, informative – creano e costruiscono, modellandola, letteralmente la realtà. Le parole plasmano le coscienze: è l'uso perverso che ne hanno fatto le dittature e i regimi totalitari; ma la forza omologante del linguaggio e la sua forza conformatrice del senso comune sono attive anche nelle odierne democrazie, e d'altra parte in nessun altro regime politico come quello democratico le parole sono essenziali. Proprio per questo «la democrazia richiede […] un'etica della parola, una assunzione della responsabilità della parola»;[74] tanto più che «prendere coscienza dello statuto della parola e della responsabilità che essa richiede, rientra nel cammino di umanizzazione che è il compito di ogni umano. Compito che comprende anche la lotta per uscire dalla volgarità della parola, dalla superficialità, dalla banalità, dalla stupidità, dalla manipolazione della parola. Infatti, solo un uso appropriato della parola rende intelligibile il mondo e vivibili le relazioni umane».[75] Carla Benedetti, contro la cultura dell'epoca tardo-moderna che misconosce la forza agente della parola letteraria e contro la disillusa e incredula critica letteraria, secondo la quale i libri non cambiano il mondo e non agiscono nella società, ribadisce proprio il potere della parola, che chiama forza agente: «Forza agente della letteratura: forza di verità, forza eversiva, forza rigenerante della parola».[76]

Ma poi, soprattutto, con l'arte e la letteratura noi compiamo un'esperienza di verità, anzi la poesia è il luogo della verità umana, espressione dell'umana condizione. La scrittura poetica deve però essere pensata come impegno etico e non come un sistema di segni autoreferenziali o come un congegno linguistico (semmai come un potente congegno emotivo) in cui la parola è tanto più incantatoria e carismatica quanto più è oscura, disanimata, "disumanizzata", intraducibile. La poesia che antepone la parola al discorso, nella fobia del significato, cancella ogni valore etico: dall'ipertrofia stilistica dunque alla parola condivisa e ordinaria di Primo Levi in grado di attestare l'inattestabile, dall'oscurità come gergo della modernità a un punto d'equilibrio tra senso estetico e senso comune, dalla parola poetica enigmatica ridotta al solo significante alla parola come cibo, nutrimento e comunione. Questo è il manifesto mai scritto o declamato di una poesia onesta, in italiano e in dialetto, che anche oggi esiste ed è vitale,  e  che  occorre  riconoscere e saper ascoltare nel bailamme



[72] Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, cit., p. 15.

[73] Ibid., p. 16.

[74] Luciano Manicardi, Raccontami una storia, cit., p. 89.

[75] Ibid., p. 88.

[76] Carla Benedetti, Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 118.

della lirica contemporanea; sono la poetica e l'estethica che, stante una svolta etica nelle lettere e negli studi letterari registrata negli ultimi tempi, implicitamente o esplicitamente  alcuni autori e alcuni critici sembrano ormai condividere.

C'è un'aria in giro di rassegnazione e sconfitta (solo generazionale?):  meglio starsene a letto in una stanza d'albergo: «Che bisogno c'è d'uscire? / ho trovato un alberghetto / me ne sto a letto».[77] Fosse almeno una convalescenza che prelude ad una fortezza d'animo. Diciamolo francamente: forse molta poesia italiana contemporanea è soltanto illeggibile; o mostra atletismo e muscolarità poetiche:  body building della lingua.  Certo,  la poesia non è semplice,  nel senso di univoca,  è ed esiste nella sua ambigua duplicità e doppiezza:  luce che illumina,  rivela,  fa vedere,  ma anche luce che abbaglia,  acceca e nasconde;  emersione ed immersione,  mondo e sottomondo o sovramondo,  logica aristotelica o principio di non contraddizione e logica binaria in cui convivono gli opposti, grammatica e scarto o infrazione della norma, conscio e inconscio, qui e altrove eccetera.  (E  non  è nemmeno  facile  alla  lettura  in  quanto  sempre  lingua  –  come voleva Giovanni Giudici  –  straniera e altra dentro la lingua:  richiede  comunque  un  lettore  attrezzato;  pensare  il  contrario è pura demagogia,  faciloneria,  falsa ingenuità e illusoria immediatezza).  È  e  vive nell'ora incerta; ci ammonisce il poeta Fabio Pusterla: «Sarete in grado di sopportare questa complessità? Di convivere  con  l'incertezza?  Perché  è  questo  che  propongono  l'arte  e  la  letteratura:  l'incertezza».[78]

Dice un verso di Wisława Szymborska, per la quale – in fondo – hanno sempre contato più le incalzanti domande delle sicure risposte: «Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte» (Sotto una piccola stella). E Rose Ausländer: «Il mondo mi pone domande insidiose. Le mie parole gli rispondono sinceramente con altre domande»;[79] e ancora: «Non attendere / risposte» (Non conterò le noci). Norberto Bobbio distingueva l'uomo di fede, che è l'uomo delle certezze,  dal laico,  che è l'uomo del dubbio.  Ed è bene non fare della poesia,  per quanto amore si possa ancora sentire per essa,  per  quanta  fiducia si possa ancora avere nella parola poetica,  un atto di fede e un valore assoluto: solo nella dialettica bellezza/orrore, testo/contesto, io/tu, individuo/mondo, autonomia/eteronomia, attimo/eternità, realtà/utopia, reale/finzione, scrittura/esistenza, poesia/non poesia, contingenza/storia, principio di piacere/principio di realtà ecc., essa si può inverare. Il poeta veneto Giacomo Noventa, come detto, non crede all'assoluto della poesia ma rende evidenti i limiti del verso; egli continua a preferire all'arte e alla gloria l'onor, e invita a cercare più in là del verso, in direzione della vita. È quanto è arrivato infine a credere anche un pentito Todorov, dopo un lungo periplo intorno al Testo divinizzato, per il quale «esist[e] un limite morale all'atto estetico», ricordando «quanto diceva Orwell: anche il più bel muro del mondo deve essere abbattuto, se quel muro circonda un campo di concentramento. Che lo si voglia o no, al di là della bellezza e del bene, 


[77] Attilio Lolini, Che bisogno c'è d'uscire?, in Carte da sandwich, cit.

[78] Fabio Pusterla, Elogio dell'incertezza, in Quando Chiasso era in Irlanda e altre avventure tra libri e realtà, Casagrande, Bellinzona 2012, p. 105.

[79] Rose Ausländer, Poesie scelte, a cura di Maria Enrica D'Agostini e Beatrice Sellinger, Monte Università Parma, Parma 2004, p. 7.

esistono altre forze, che non possiamo ignorare».[80]

Difficile, oggi, trovare una poesia che sia a quell'altezza: o s'avvita nell'assoluto del significante e nel vacuo formalismo che gira a vuoto, o degrada lo stile semplice a innacquato semplicismo e a innocua semplicità. Il giusto equilibrio è forse trovato da quegli autori che, in parte, Paolo Febbraro sta settimanalmente presentando nella sua rubrica Poesia d'oggi sul «Domenicale» del «Sole 24 Ore»: che sia già un piccolo canone per il nuovo millennio? Seppur diversamente marezzato e declinato si tratta di un più che accettabile stile semplice: poeti molto "sintattici" che fanno una «poesia senza gergo» (Marchesini), che non hanno paura di comunicare, che corrono «il rischio di essere letti» (Berardinelli), per i quali i versi hanno ormai preso una curvatura etica, per i quali forse non si è interrotto il legame e il rapporto con la tradizione (loro padri spirituali sembrano essere Fortini, Sereni, Luzi, Caproni, Roversi ecc., saltando peraltro a pie' pari le generazioni più recenti che hanno bruciato, tra neo-neoavanguardismi e sprofondamenti o innamoramenti orfico-mitologici, ogni residua potenzialità e resistenza della parola poetica), che sembrano ancora credere nel valore della poesia: «I versi, se vuoti di ogni albagia / e ridotti quasi a patiti patemi del pathos, / servono ancora. / A poco ma servono / anche se a chi e a che cosa non so».[81] E quello a cui un poeta deve utopisticamente sempre credere è bene riassunto nel giro di pochi versi da Rose Ausländer: «Credo nei miracoli / di questo mondo e degli infiniti / mondi sconosciuti // Credo / nel miracolo dei sogni / sogni nel sonno / e nella veglia // Credo nei miracoli / delle parole / che agiscono nel mondo / e creano i mondi» (Credere).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[80] In Franco Marcoaldi, Il fantasma della bellezza, intervista a Tzvetan Todorov, «la Repubblica», 21 giugno 2012.

[81] Enrico Testa, A Edoardo Sanguineti, in Ablativo, Einaudi, Torino 2013.

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