Etica e letteratura

Credo in Dio, anche se non esiste.
La morale cavalleresca di Miguel de Unamuno

Stefano Scrima

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Stefano Scrima si è laureato in Filosofia morale (Laurea magistrale) presso l'Università degli Studi di Bologna, con una tesi su Miguel de Unamuno. Nella stessa Università, ha conseguito la laurea in Filosofia della storia con una tesi su Albert Camus. Tra il 2009 e il 2013 ha trascorso diversi periodi di studio presso l'Universitat de Barcelona e l'Universidad Autónoma de Madrid. Collabora a numerosi siti universitari, filosofici e letterari.


Bisogna che, con queste credenze, noi facciamo l'incantesimo a noi medesimi: ed è per questo che io, da un pezzo, protraggo questo mio mito.

 Platone, Fedone, 114d

 

 

Il Dio di Unamuno è il Dio immortalizzatore, un Dio molto diverso da quello "canonico", è la garanzia dell'essere – e l'essere è la sua garanzia – e, soprattutto, colui che accudisce insaziabili creature, gonfie di proteste contro il nulla da cui furono tratte. È un Dio perfetto, meno – e più – perfetto del Padre infallibile seduto su un trono di nuvole, un Dio umile, disposto a scoprire le sue carte, a lasciar noi giudici del suo gratuito operare.[1]

Dunque protestiamo, confidiamo, crediamo, e così avremo in cambio l'eterno; e in caso contrario, se infine dovremo morire definitivamente, ci dice Unamuno, almeno «no me habré muerto yo, esto es, no me habré dejado morir, sino que me habrá matado el destino humano»,[2] e quindi Dio.

È una morale eroica quella proposta da Unamuno, cavalleresca. Ed è infatti un cavaliere – il Cavaliere dalla Triste Figura – a  venirgli  incontro,  a  farsi suo per potersi meglio esprimere, anche


[1] Infatti «el acto más grande de humildad es el de un Dios que crea un mundo que no añade un adarme a su gloria, y luego un linaje humano para que se lo critique» (Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho [1905], Espasa-Calpe, Madrid 1971, p. 42; Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, tr. it. di Antonio Gasparetti, Bruno Mondadori, Milano 2006, p. 57: «L'atto più grande di umiltà è quello di un Dio il quale crea un mondo che non aggiunge assolutamente nulla alla sua gloria, e poi crea una schiatta umana che possa muovergli critiche»).

[2] Miguel de Unamuno, Del sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos (1913), a cura di Nelson Orringer, Tecnos, Madrid 2005, p. 267 (Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli, tr. it. di Maurizio Donati, SE, Milano 2003, p. 123: «Non mi sarò ucciso con le mie stesse mani, ossia non mi sarò lasciato morire, ma mi avrà ucciso il destino umano»).

se lui direbbe il contrario: non è il cavaliere a tornar utile all'espressione del sentimento unamuniano, bensì quest'ultimo che, senza l'altro, non sarebbe mai potuto esistere. Scendendo ancor più in profondità: il sentimento unamuniano non sarebbe mai potuto esistere senza la sua terra, la Spagna, così realista e nello stesso tempo spirituale, perfetto connubio per la consolidazione del dogma cattolico della Resurrezione della carne – immortalità "corporea" –; così irrazionale da aver anteposto la vita al calcolo, la volontà di credere alla miseria del pensare, da aver creato don Chisciotte,[3] il «caballero de la Locura» in lotta col «poder de los hidalgos de la Razón».[4]

La povertà – che è anche la povertà della fiera Spagna – di Alonso Chisciano, futuro don Chisciotte:

                               

«Le hacía amar la vida, apartándole de todo hartazgo y nutriéndole de esperanzas, y la ociosidad debió de hacerle pensar en la vida inacabable, en la vida perturbadora. ¡Cuántas veces no soñó en sus mañaneras cacerías con que su nombre se desparramara en redondo por aquellas abiertas llanuras [...]. De sueños de ambición apacentó su ociosidad y su pobreza, y despegado del regalo de la vida, anheló inmortalidad no acabadera».[5]



[3] Unamuno scrisse il suo commento al Chisciotte, dal titolo Vida de Don Quijote y Sancho, nel 1905. Emerge qui la morale eroica con cui, in questo primo periodo seguito alla "crisi spirituale" del 1897, si espresse la sua sete d'immortalità. Unamuno sente così suoi i personaggi di don Chisciotte e Sancio a tal punto da scrivere: «Yo digo que para que Cervantes contara su vida y yo la explicara y comentara nacieron Don Quijote y Sancho. Cervantes nació para esplicarla, y para comentarla nací yo… No puede contar tu vida, ni puede esplicarla ni comentarla, señor mío Don Quijote, sino quien esté tocado de tu misma locura de no morir» (Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho, cit., p. 228; Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, cit., p. 353: «Don Chisciotte e Sancio nacquero affinché il Cervantes narrasse la loro vita ed io poi la commentassi e spiegassi. Anzi, il Cervantes nacque per spiegarla, e per commentarla sono nato io… Non può narrare la tua vita, né può spiegarla né commentarla, signor mio don Chisciotte, se non chi sia stato contagiato dalla tua stessa follia di non morire»). Dedicherà al suo Chisciotte anche la conclusione – Don Chisciotte nella tragicommedia europea contemporanea – del suo Del sentimento tragico della vita di otto anni posteriore. Il don Chisciotte unamuniano, però, differisce dall'"originale" immaginato dal Cervantes, il quale, secondo Unamuno, non avrebbe – paradossalmente – colto il suo vero spirito; cfr. María Zambrano, La Guida di Unamuno, in Unamuno, a cura di Mercedes Gómez Blesa, tr. it. di Claudia Marseguerra, Bruno Mondadori, Milano 2006.

[4] Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho, cit., p. 13 (Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, cit., p. 11: «Cavaliere della Follia»; «Dominio dei gentiluomini della Ragione»).

[5] Ibid., p. 22; il corsivo è nostro (tr. it. cit., p. 25: «Gli faceva amare la vita, tenendolo lontano da ogni forma di sazietà e nutrendolo di speranze, e l'ozio dovette farlo riflettere sulla vita che non ha fine, sulla vita perdurante. Quante volte sognò, durante le mattinate di caccia, che il suo nome si sarebbe diffuso intorno per quelle pianure […]. Di sogni d'ambizione dovette pascere l'ozio e la povertà in cui viveva, e, indifferente alle gioie della vita, anelò a un'immortalità imperitura»).

"Desiderio di gloria", "fama immortale", spinsero Alonso Chisciano, imbevuto di letture cavalleresche, a farsi cavaliere errante e ripulire il mondo da scellerati e abietti; solo così il suo nome sarebbe stato degno d'essere ricordato.

Alonso non vuol morire, non può, la sua fede non glielo permette, e così, un giorno, arrivato alla sua completa maturazione spirituale, «venne a perdere il giudizio».

 

«Por nuestro bien lo perdió; para dejarnos eterno ejemplo de generosidad espiritual. Con juicio, ¿hubiera sido tan heroico? Hizo en aras de su pueblo el más grande sacrificio: el de su juicio».[6]

 

Se fosse rimasto nel cuore del suo popolo, nella tradizione, non sarebbe mai morto del tutto. Per questo divenne don Chisciotte, e non morì mai. Fu un egoismo straripante, una cieca fiducia in se stessi e  nelle proprie capacità, soltanto apparentemente contraria ai precetti evangelici, a far salire in sella il nuovo eroe. Giustificando l'egoismo donchisciottesco, Unamuno vuol giustificare il suo, giacché per lui l'egoismo non è che il principio di gravità psichica, il postulato necessario: «"¡Ama a tu prójimo como a ti mismo!", se nos dijo, presuponiendo que cada cual se ame a sí mismo»;[7] «Ni los cuerpos pueden menos de caer a la tierra, pues tal es su ley».[8] Don Chisciotte-Unamuno risponde semplicemente alla legge d'amor proprio inscritta nell'io, e nonostante (o grazie a) ciò, il suo fine è dei più nobili. Quando Unamuno parla di don Chisciotte, parla anche di Cristo, che agonizzò e risorse per renderci eterni; di Ignazio di Loyola, «Caballero de la Milicia de Cristo»[9] e creatore di mondi; e del popolo spagnolo, o almeno di quegli spagnoli che ancora resistono alla tentazione del secolo, e  di  sogni  si  nutrono  –  Unamuno  vorrebbe  che  il  Chisciotte fosse per loro


[6] Ibid., p. 23 (tr. it. cit., p. 27: «Per il nostro bene lo perdette; per lasciarci un eterno esempio di generosità spirituale. Con il giudizio a posto sarebbe mai stato così eroico? Celebrò sulle are del suo popolo il sacrificio più grande, quello del proprio giudizio»).

[7] Miguel de Unamuno, Del sentimiento trágico de la vida, cit., p. 154 (Del sentimento tragico della vita, cit., p. 49: «"Ama il prossimo tuo come te stesso!", ci fu detto, presupponendo che ognuno ami se stesso»). «¿Egoísmo decís? Nada hay más universal que lo individual, pues lo que es de cada uno lo es de todos. Cada hombre vale más que la humanidad entera» (ibid., p. 154; tr. it. cit., p. 49: «Egoismo, dite? Non c'è niente di più universale che l'individuale, giacché quanto è di ogni uomo è di tutti gli uomini. Ogni singolo uomo vale di più dell'umanità intera»).

[8] Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho, cit., p. 24 (Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, cit., p. 28: «Neppure i corpi posson fare a meno di ricader sulla terra, poiché questa è la legge che li governa»).

[9]  Ibid., p. 26 (tr. it. cit., p. 31: «Cavaliere della Milizia di Cristo»).

«Evangelio de regeneración nacional».[10] Cristo, Loyola, Chisciotte, sono tutti eroi, e lo stesso Unamuno, attribuendo il proprio desiderio d'eternità al suo cavaliere, o desiderando l'eterno a causa sua – che è lo stesso –, si comporta da eroe: è il Cavaliere della Speranza, impegnato a collezionar duelli con Ragione e Certezza, così da non far dimenticare il suo nome, giacché «toda vida heroica o santa corrió en pos de la gloria, temporal o eterna, terrena o celestial».[11] E qui sembra stare la differenza tra don Chisciotte e il suo commentatore: quello si accontenterebbe della gloria, mentre questi vuole tutto, vuole vita, e non solo memoria, eterna; e per di più: la vuole uguale a questa, corporea e sanguigna, sebbene l'"ansia di corpo" emergerà compiutamente soltanto con l'opera Del sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos (1913), qualche anno più tardi della Vida de Don Quijote y Sancho (1905). Ciononostante, l'opera sul Cavaliere dalla Triste Figura e il suo fidato scudiero già preannuncia lo straordinario "vitalismo" agonico unamuniano, atteggiamento che si nutrirà delle speranze scaturite dal conflitto tra ideale e reale, giganti e mulini. Don Chisciotte, custode della «sabiduría del corazón»  e non della «ciencia de la cabeza»,[12] con la sua follia che è speranza e fede, ci apre la via dello spirito infinito calpestando la materia fangosa.

 

«Quiso hacerlos confesar, ¡a los mercaderes!, que "no hay en el mundo todo doncella más hermosa que la emperatriz de la Mancha, la sin par Dulcinea del Toboso". [...] Quería hacer confesar a aquellos hombres, cuyos corazones amonedados  sólo veían el reino material de las riquezas, que hay un reino espiritual, y redimirlos así, a pesar de ellos mismos».[13]

 

In ciò consiste la vera fede: credere senza vedere, senza sapere.



[10] Miguel de Unamuno, En torno al casticismo (1895), in Obras completas, I, Escelicer, Madrid 1966, p. 792 (Cultura e nazione, a cura di Enrico Lodi, Medusa, Milano 2011, p. 30: «Vangelo di rigenerazione nazionale»).

[11] Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho, cit., p. 27 (Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, cit., p. 34: «Ogni vita eroica, ogni vita santa non ha fatto che correre in cerca della gloria, temporale o eterna, terrena o celeste»).

[12] Ibid., p. 36 (tr. it. cit., p. 47: «Sapienza del cuore»; «Scienza del cervello»).

[13] Ibid., pp. 34-35 (tr. it. cit., pp. 45-46: «E volle che confessassero – i mercanti, nientemeno! – che non c'è in tutto il mondo più bella donzella della Imperatrice della Mancia, la impareggiabile Dulcinea del Toboso. […] Voleva far confessare a quegli uomini che con i loro cuori coniati in moneta scorgevano soltanto il regno materiale delle ricchezze, che esiste un regno spirituale, e redimerli così, malgrado loro stessi»).

«"Si os la mostrara, ¿qué hiciérades vosotros en confesar una verdad tan notoria? La importancia está en que sin verla lo habéis de creer, confesar, afirmar, jurar y defender." ¡Admirable Caballero de la Fe!».[14]

 

Oltre a don Chisciotte, profondo cristiano, di un cristianesimo che raggiunge la «raíz común a la naturaleza y a la gracia»,[15] è Sancio a rappresentare il credere senza aver visto – «Beati chi, non vedendo, han creduto» (Giovanni, XX, 29)[16] –, che lascia moglie e figlia per affidarsi a un cavaliere "fuori moda". Chi è più folle? Alonso Chisciano che si fa don Chisciotte per vivere in eterno nella memoria del suo popolo o Sancio Panza che si fa suo scudiero sperando, in cambio, di ottenere la sua isola?

Se già sapessimo del nostro destino, moriremmo all'istante, privi di speranza. Sarebbe come fissare gli occhi di Dio, annegarvici. Ci vuole speranza, speranza infinita, e agonia, vissuta nell'inconfessabile sconfitta di fronte alla realtà, nell'orgoglio dell'osare e operare. Don Chisciotte si esaltò nella sconfitta, nelle legnate ricevute dal mulattiere: un'avventura in più da raccontare.

L'eroismo sta nel sapere chi si vuol essere e cosa si vuole, aver fede e per questo poter osare. Quello dell'eroe, di don Chisciotte, è un rapporto profondo e personale con Dio, un qualcosa che, da fuori, non può essere visto.

Questa interpretazione unamuniana della fede chisciottesca riecheggia l'interpretazione di Abramo – altro fondamentale Cavaliere della Fede – del Kierkegaard di Timore e Tremore:[17]

«La fede è […] il paradosso secondo il quale l'Individuo […] al di sopra del Generale, è in regola di fronte  a  questo,  non  come  subordinato,  ma  come  superiore;  […]  in  modo  che



[14] Ibid., p. 35 (tr. it. cit., p. 46: «Se ve la mostrassi, cosa mai varrebbe la confessione di una verità così ben conosciuta? L'importanza sta nel dovere, senza vederla, credere a quel che dico, confessarlo, giurarlo, e sostenerlo. Meraviglioso. Il Cavaliere della Fede!»).

[15]  Ibid., p. 34 (tr. it. cit., p. 44:  «Radice che la natura e la grazia hanno in comune»).

[16] I Vangeli, tr. it. di Niccolò Tommaseo, Einaudi, Torino 1991, p. 265.

[17] Sulle affinità tra i due pensatori e gli influssi kierkegaardiani su Unamuno si vedano Joaquín MacGregor, Dos precursores del existencialismo: Kierkegaard y Unamuno, «Filosofía y Letras», XXII (1951), pp. 203-219; Oscar A. Fasel, Observations on Unamuno and Kierkegaard, «Hispania», XXXVIII (1955), pp. 443-450; François Meyer, Kierkegaard et Unamuno, «Revue de Littérature comparée», XXIX (1955), pp. 478-492; Jesús-Antonio Collado, Kierkegaard y Unamuno. La existencia religiosa, Gredos, Madrid 1962; Andrés M. Tornos, Sobre Unamuno y Kierkegaard, «Pensamiento», XVIII (1962), pp. 131-146; Gemma Roberts, Unamuno: afinidades y coincidencias kierkegaardianas, Society of  Spanish and Spanish-American Studies, Boulder (Col.) 1986; Agustín García Chicón, La autenticidad como sustancia de la verdad. Influencia de Kierkegaard en Unamuno, Montes, Málaga 1987.

l'Individuo come tale è in un rapporto assoluto con l'Assoluto […], paradosso inaccessibile al pensiero».[18]

 

La differenza è che per Kierkegaard Abramo non rappresenta l'eroe tragico, ma il perfetto credente, colui che, sospendendo il giudizio morale, accetta l'Assurdo; soluzione che Unamuno non può accettare: sorpassata la tragedia, si sorpassa la fede stessa. Oltre questa non c'è nulla, c'è la fine.

    

Il Dio di Unamuno, come anche il Cristo, come l'Eroe, è dunque un Dio spagnolo. Ed egli, basco e spagnolo, e quindi (come soleva dire) due volte spagnolo, parlava per mezzo dello spirito del suo popolo – «un Rimbaud incarnato in una collettività»[19] –, o questo, al contrario, attraverso la sua voce. Fu la sua terra il fertilizzante dello spirito, terra in cui il culto dell'immortalità divenne assillo quotidiano, chiodo fisso di un popolo devoto e smanioso del corpo e del sangue di Cristo. Don Chisciotte, i conquistadores, la Controriforma, il Concilio di Trento, Loyola, i grandi mistici Giovanni della Croce e Teresa d'Avila mantennero così, in una tensione ultraterrena, l'egemonia della fede; facendo, del loro, il nuovo popolo eletto.

Ed è con l'opera sul Chisciotte che Unamuno consolidò il suo «culto al quijotismo como religión nacional».[20] «Saber afrontar el ridículo [...] y no acobardarse en él»[21] – l'eroismo chisciottesco –; la follia della speranza, «hija de la locura de la cruz»;[22] la tragedia del vivere quotidiano in perpetua lotta tra ragione e sentimento, plasmarono il caratteristico spiritualismo spagnolo, Cavaliere dello Spirito e non delle Idee.

 

«La esencia de nuestra religión, de nuestro catolicismo español, es precisamente el ser no una ciencia, ni un arte, ni una moral, sino una economía a lo eterno, o sea, a lo divino [...]. Siéntome con el alma medieval, y se me antoja que es medieval el alma de mi patria».[23]

 

Unamuno, anima medievale e chisciottesca – vitalista e spirituale –, intenta a frenare la baldanza rinascimentale – razionalista  e  terrena –,  ha  il  compito  di  «combatir a todos los que se resignan,


[18] Sören Kierkegaard, Timore e Tremore (1843), tr. it. di Franco Fortini e Kirsten Montanari Guldbrandsen, Mondadori, Milano 2008, p. 282.

[19] Emil M. Cioran, La tentazione di esistere, tr. it. di Lauro Colasanti e Carlo Laurenti, Bompiani, Milano 1988, p. 49.

[20] Miguel de Unamuno, Del sentimiento trágico de la vida, cit., p. 448 (Del sentimento tragico della vita, cit., p. 268: «Culto del donchisciottismo come religione nazionale»).

[21] Ibid., p. 497 (tr. it. cit., p. 273: «Il saper affrontare il ridicolo […] senza sentirsi umiliati»).

[22] Ibid., p. 496 (tr. it. cit., p. 273: «Figlia della follia della croce»).

[23] Ibid., pp. 503-504 (tr. it. cit., pp. 277-278: «L'essenza della nostra religione, del nostro cattolicesimo spagnolo, precisamente consiste nel non essere né una scienza, né un'arte, né una morale, ma un'economia dell'eterno, ossia del divino […]. Mi sento un'anima medievale e credo che sia medievale l'anima della mia patria»).

sea al catolicismo, sea al racionalismo, sea al agnosticismo; es hacer que vivan todos inquietos y anhelantes».[24] Dunque non un lasciarsi cullare nelle certezze del dogma, ma un continuo sofferente sperare. Il suo, come dice Antonio Machado, è un voler insegnare al suo popolo il "cipiglio del dubbio":     

 

Este donquijotesco

don Miguel de Unamuno, fuerte vasco,

lleva el arnés grotesco

y el irrisorio casco

del buen manchego. [...]

 

Y el alma desalmada de su raza,

que bajo el golpe de su férrea maza

aun duerme, puede que despierte un día.

 

Quiere enseñar el ceño de la duda,

antes de que cabalgue, al caballero; [...]

 

Tiene el aliento de una estirpe fuerte

que soñó más allá de sus hogares

y que el oro buscó tras de los mares.

Él señala la gloria tras la muerte.

Quiere ser fundador,  y dice: Creo,

Dios y adelante el ánima española...[25]

 

E crea Dio, per poi crear l'anima spagnola (e viceversa). Crea il Dio personale e immortalizzatore – Dio spagnolo –, senza il quale la speranza che dà vita è sol capriccio; per ri-creare, così, l'anima dis-animata spagnola, assopita, ricordandole la materia di cui è fatta: i sogni.


[24] Ibid., p. 505 (tr. it. cit., p. 279: «Combattere contro tutti quelli che si rassegnano, sia al cattolicesimo, sia al razionalismo, sia all'agnosticismo; affinché tutti vivano inquieti e anelanti»).

[25] Antonio Machado, A don Miguel de Unamuno, in Obras completas, Editorial Plenitud, Madrid 1967, p. 865; i corsivi sono nostri («Questo donchisciottesco / don Miguel de Unamuno, forte basco, / porta il grottesco arnese / e il ridicolo casco / del buon mancego. [...] / E l'alma scoscenziata della sua razza, / che sotto il colpo della sua ferrea mazza / ancor dorme, può esser che un giorno ridesti. / Vuol insegnare il cipiglio del dubbio, / prima che inizi a cavalcare, al cavaliere;  […] / Ha il respiro della forte stirpe / che sognò al di là dei focolari / e l'oro cercò per i sette mari. / Lui ci mostra la gloria dopo la morte. / Vuol esser fondatore, e dice: Creo / Dio e così l'anima spagnola…»).

In punto di morte don Chisciotte tornò alla ragione e rinnegò le sue armi, ma fu Sancio a ricevere il testimone, a "donchisciottizzarsi", per continuare a credere nella vita che avrebbe voluto e non in quella che aveva, nell'isola che avrebbe conquistato soltanto se non avesse mai smesso di sperare. Questa è la sua, e la nostra, vita eterna.

 

«Trabajo, Señor, da a Sancho, y danos a todos los pobres mortales trabajo siempre; procúranos azotes, y que siempre nos cueste esfuerzo conquistarte y que jamás descanse en Ti nuestro espíritu, no sea que nos anegues y derritas en tu seno. Danos tu paraíso, Señor, pero para que lo guardemos y trabajemos, no para dormir en él; dánoslo para que empleemos la eternidad en conquistar palmo a palmo y eternamente los insondables abismos de tu infinito seno».[26]

 

La tensione infinita verso Dio e il suo Regno – la speranza, l'ebbrezza del vivere, il senso, i sensi – vale infinitamente di più dell'abbraccio definitivo di un Dio che, per noi, non ha braccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[26] Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho, cit., p. 154 (Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, cit., pp. 243-244: «Signore Iddio, dà lavoro a Sancio e dà sempre a tutti noi poveri mortali lavoro; procuraci sferzate, e fa che ci costi sempre uno sforzo il conquistarTi e che giammai trovi riposo in Te lo spirito nostro, affinché Tu non ci annulli e dissolva nel Tuo seno. Dacci il Tuo paradiso, Signore, ma affinché lo custodiamo e lo coltiviamo, non già per dormirvi; daccelo affinché impieghiamo l'eternità nel conquistare a palmo a palmo ed eternamente gli insondabili abissi del Tuo seno infinito»).

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