Etica e letteratura

In dialogo con

Giulia Baselica
Giulia Baselica insegna Lingua e letteratura russa presso l'Università di Torino. Autrice di numerosi saggi e traduttrice di Turgenev, Leskov e Tolstoj, ha pubblicato la monografia Le parole della religione come metafora del mondo. Osservazioni sulla poetica achmatoviana (2005).


Nell’articolo Liberare il molteplice pubblicato su «Enthymema» (VI, 2012) sostieni che le società economicamente più sviluppate, proprio per la maggior quantità di risorse a disposizione, generano più cultura, e più cultura critica; e affermi anche che, almeno in linea generale, sono quelle che più accolgono le culture “altre”. Io personalmente avrei bisogno, a questo punto, di qualche esempio.

Vorrei insistere sul fatto che le società sviluppate generano più cultura non per una loro superiorità ontologica, ma semplicemente perché dispongono di più ricchezza per finanziare (anche, ma purtroppo non in linea prioritaria) università, ricerche, musei, mostre, spettacoli teatrali, concerti, opere liriche, editoria ecc. Per quanto riguarda la "cultura critica", mi pare altrettanto urgente ricordare che è nella natura stessa del pensiero il fatto di essere critico: si considera la realtà del mondo, entrando e uscendo dagli schemi in cui è organizzato, si individuano gli aspetti che non soddisfano, e si formulano ipotesi di cambiamento. Per questo sento un certo imbarazzo rispetto a quelle forme di pensiero adattivo, dal carattere del tutto applicativo, che mirano a rendere più efficiente un sistema (il sistema?) restando per principio al suo interno, e non guardandolo anche dal di fuori: un approccio che temo prevalere nei dipartimenti di economia aziendale e nelle discipline tecno-scientifiche dei Politecnici. È la mentalità che rende un po' scoraggiante la linea editoriale dell'inserto culturale del «Sole-24 Ore», il quotidiano di Confindustria: che da ultimo, tra appelli alla filosofia della scienza, e-learning e attenzione al ricco mercato dell'arte, ha proposto un manifesto per la cultura italiana basato, in buona sostanza, sul presupposto che la cultura va sviluppata perché fa guadagnare le imprese. Un'efficace presa di distanza da questa impostazione si trova nel sito di «Generazione TQ».

Per quanto riguarda l'accoglienza alle culture "altre", senza dubbio i rapporti tra multiculturalismo, democrazia e sviluppo economico sono molto complessi. Nell'affrontarli, mi sembra si corrano due rischi simmetrici: la celebrazione acritica dell'economia di mercato, che con la crescita produttiva mette a contatto i popoli più diversi e dà così luogo al migliore dei mondi possibili; e l'opposizione totale ed ugualmente acritica a queste interazioni (ad esempio, le posizioni un po' da gauche réac dell'ultimo libro di Régis Debray, Elogio delle frontiere). L'esperienza delle nostre società di interazione e immigrazione è quella di una convivenza, per quanto delicata e sempre perfettibile, di gruppi e minoranze etniche, linguistiche, religiose, politiche, culturali, sessuali ecc., testimoniata da una molteplicità di ristoranti etnici, centri di aggregazione, luoghi di culto, scuole di lingua, progetti Erasmus, iniziative culturali, traduzioni di testi letterari. L'elemento più significativo non mi pare tanto la convivenza di fatto, che si è probabilmente avuta già in altre epoche, quanto la tutela istituzionale accordata a questa convivenza. Ad esempio, la diaspora ebraica è stata costantemente segnata dalla precarietà di diritti revocabili ad nutum dal potere, come è accaduto in Spagna con l'editto dei Re Cattolici del 1492 (che, fra l'altro, ha posto termine a due secoli di pacifica convivenza tra le tre religioni del libro, di cui ancora oggi sentiamo il bisogno). So bene che il legame tra sviluppo economico, diritti umani e democrazia è un cavallo di battaglia del pensiero neoliberista, anche se tale legame appare confutato dal caso macroscopico della Cina; però è indubbio che le civiltà arcaiche o tradizionali non brillassero, in tema di accettazione e tutela delle minoranze.

Nell’articolo affermi che, sebbene oggi l’immaginario sia colonizzato attraverso la pubblicità, il marketing, l’estetico diffuso e la televisione generalista, «la letteratura ha un ruolo ben preciso da giocare, una funzione di opposizione o di contenimento dell’economia». La mia domanda è: con il termine letteratura si intende la “letteratura alta”, gli auctores? O anche espressioni letterarie di genere, di evasione, di consumo? O forse queste ultime non sono da considerare “espressioni letterarie”?

Spero che le riflessioni dell'articolo valgano non solo per la "letteratura alta" (con cui, in realtà, è facile lavorare in termini etici), ma anche e soprattutto per la "letteratura media", cioè per la maggior parte dei testi che leggiamo, almeno nell'immediato presente: quelle opere che, pur non essendo probabilmente dei classici, tentano di conoscere il mondo e di interpretare la contemporaneità, e con ciò adempiono una funzione di opposizione o di contenimento dell'economia, pur essendo affidate all'economia (un po' come noi, che siamo inevitabilmente dentro al sistema di mercato, ma cerchiamo di non esserlo del tutto). Dunque, quelle proposte vorrebbero essere riflessioni non dell'eccezionalità, ma della normalità. Ovviamente, come mi obietti con acutezza, i problemi sorgono con quella che, riprendendo la tipica topologia occidentale, si dovrebbe definire "letteratura bassa", ovvero con le opere di genere, evasione, intrattenimento e consumo. Qui ho l'impressione che le demarcazioni siano elastiche, e che convenga valutare non solo caso per caso, ma anche genere per genere, distinguendo tra gialli, spionaggio, horror, romanzi rosa, fantasy e così via. In ogni caso e in termini molto generali, dei tre nuclei centrali dell'etica letteraria il primo che può venir meno è la conoscenza, perché queste opere possono essere così banali e stereotipate (o, per restare a un tema dell'articolo, possono attivare le emozioni con tale preponderanza) da non far conoscere nulla: il che trascinerebbe con sé anche il requisito dell'orientamento, perché non ci sarebbero conoscenze in base a cui orientare. Più duro da scalfire mi pare il requisito della pietas: la letteratura dice comunque qualcosa, per quanto tale quid possa essere banale o lapidabile, e lo conserva nella memoria del lettore.

A questo punto estremo, è vero che il valore etico di cui stiamo parlando è affidato a un dato così minimale (se si vuole, a un'astrazione filosofica così sottile e peregrina) da perdersi; e la destinazione commerciale dell'opera rischia di consegnarla appieno a quella dimensione economica da cui, in teoria, il testo letterario dovrebbe distogliere se stesso, e allontanare il lettore. È un caso in cui le potenzialità della letteratura, il suo progetto implicito (per non usare il termine metafisico di natura: la modalità in cui la letteratura storicamente si è costituita nel corso dei secoli) andrebbero completamente sprecate; però, forse con un eccesso di ottimismo, mi sembra che davvero ce ne voglia per arrivare a questo punto. Mi obietterai che molti best-seller circolano appunto nei paraggi della Trivialliteratur; e che difenderli, sia pure con la genericità che la filosofia permette, sia fatica sprecata, se non addirittura un cedimento irresponsabile. Tuttavia, anche se ciò può sembrare paradossale perché i best-seller sono, quantitativamente, molto venduti, mi sembra che questi casi siano l'eccezione, e non la regola dell'esperienza letteraria; alla lunga, nell'interpretazione del mondo, le opere banali o commerciali lasciano il tempo che trovano. È, ancora una volta, il problema novecentesco del rapporto con la cultura di massa: con la quale penso si debba venire interiormente a patti, attraverso un percorso intermedio, né da apocalittici né da integrati, che non di rado è difficile.

La riflessione dell’articolo proseguirà?
In realtà, l'articolo è una parte di un libro a venire, dedicato al tema della pietas. Presuppone alcune tesi "a monte" (mi fa piacere che tu non ne abbia notato l'assenza) e certo proseguirà, anche se forse su un piano di ragionamento un po' diverso. In ogni caso, ciò dovrebbe accadere più in termini propositivi che non come critica delle posizioni etico-letterarie mainstream: che sono un utilissimo reagente per chiarire le proprie posizioni e portare avanti il pensiero, senza però eccedere.