Etica e letteratura

In dialogo con

Elisabetta Galeotti
Elisabetta Galeotti è  Professore ordinario di Filosofia politica presso l'Università del Piemonte Orientale.  Tra le sue pubblicazioni più recenti si possono ricordare Multiculturalismo. Filosofia politica e conflitto identitario (1999) e Toleration as recognition (Cambridge University Press, 2002). Ha curato, con Ian Carter e Valeria Ottonelli, il volume  Eguale rispetto (2008).

La vostra newsletter mi ha incuriosito, e sono così andata a curiosare nel sito per capire il senso di questa iniziativa lodevole. Io insegno Filosofia politica e Etica pubblica all'Università del Piemonte Orientale. Mi è già capitato negli anni passati, prima della Riforma 3+2, di coordinare seminari di "Philosophy and Literature", ma ammetto che la mia prospettiva è assai diversa da quella che voi proponete.
Anche se non coincide con l'approccio tradizionale, almeno nella presentazione che ne fate, l'approccio che io ho seguito e che è molto usato nel mondo anglo-sassone (rappresentato per esempio dall'antologia curata da Peter Singer che non è nella vostra bibliografia), è di tipo contenutistico nel senso seguente. La filosofia analitica, e in particolare la filosofia analitica pratica, fa uso di esempi e casi che servono a tipizzare un problema filosofico da indagare. Quando questi esempi sono costruiti a tavolino, spesso sono insoddisfacenti, in quanto troppo lontani dalla realtà quotidiana, troppo ad hoc. Invece la letteratura fornisce un inesauribile serbatoio di esempi, casi, decisioni, dilemmi, contesti che in maniera più vivida e saliente aiutano il nostro lavoro. Spesso intere sezioni di riflessione filosofica derivano da casi letterari: l'analisi dell'autoinganno (self-deception) è decollata riflettendo sulla fenomenologia offerta dalla letteratura, specialmente Proust (Un amore di Swann) e Tolstoj (Anna Karenina); analogamente il problema delle dirty hands in politica è stato analizzato a partire dall'opera di Sartre Le mani sporche, e, più recentemente, da un romanzo di Trollope (The way we were). Se quindi la letteratura aiuta a sviluppare la riflessione filosofica, fornendo spunti vari di idee e riflessioni che poi la filosofia sistematizza e rende rigorose e coerenti, è anche possibile analizzare un testo letterario come collezione di questioni filosofiche di varia natura, che possono aiutare la definizione dell'etica applicata. Non c'è intento "moralista", il problema non è "trovare il messaggio", bensì ricostruire come un'opera letteraria presenti e affronti problemi di rilevanza filosofica, in modo più o meno consapevole, dando voce a questioni ricorrenti, universali direi. Il vantaggio della letteratura sta nella possibilità di drammatizzare alternative e dilemmi tra più personaggi, o anche in un conflitto interiore, con o senza soluzione, spesso  dando conto di una gamma di atteggiamenti che implicitamente corrispondono a diverse posizioni morali ed epistemologiche, che arricchiscono e aiutano la comprensione e l'analisi filosofica. Nella letteratura, e soprattutto in quella grande, si consolida e si raffina una pre-conoscenza filosofica, che a volte è riportabile ad un contesto, ma più spesso a principi universali, che grandemente facilita e arricchisce il nostro lavoro. Certamente questa è una visione "ancillare" e "parziale" della letteratura, che non pretende di dire che cosa sia la filosofia della letteratura (che ai miei tempi si chiamava "la poetica"), e tanto meno "che cosa sia davvero la letteratura". Ma io sono pluralista, voi no? Perché dovrebbe essere scorretto ricostruire le posizioni morali ed epistemologiche espresse in un testo? Dal punto di vista didattico è un grande successo, e sono riuscita a far digerire ai miei studenti dei classici come George Eliot e Thomas Hardy.
L'anno prossimo vorrei usare Le benevole per le "mani sporche" e il problema del male. Va be', mi piacerebbe che questa prospettiva non venisse persa nel vostro progetto.
Mi pare che, nelle posizioni illustrate in questo sito, vi siano diversi punti di contatto con l'approccio che lei suggerisce, in particolare l'idea di fondo (certo hegeliana, ermeneutica, continentale) della letteratura come forma di conoscenza e interpretazione del mondo. In questo senso, come lei dice giustamente, «ricostruire le posizioni morali ed epistemologiche espresse in un testo» è un'operazione davvero essenziale e fondamentale, che corrisponde in sostanza alla concezione dell'esperienza artistica come «apparire sensibile dell'idea», e quindi come manifestazione di una specifica visione del mondo (discorso diverso è trarre dall'opera indicazioni dirette o modelli di comportamento, a metà tra il testo biblico e la pubblicità-progresso, come spesso accade negli approcci dell'ethical criticism nord-americano). Fra l'altro, la ricerca di tali posizioni morali ricorre già in Kant, pensatore in genere più amato dagli analitici rispetto a Hegel, in particolare nelle pagine che la Critica del Giudizio dedica alle idee estetiche: ovvero quelle «rappresentazioni dell'immaginazione che danno occasione a pensare molto, senza che però un qualunque pensiero o un concetto possa esser loro adeguato» (§ 49). Esse possono quindi esprimere anche un'assiologia, un complesso di valori etici di portata generale, senza che però questi ultimi si trasformino in precetti, appunto perché le idee estetiche danno «tanta occasione a pensare, da non lasciarsi mai racchiudere in un concetto determinato» (§ 49).
Non da ultimo, la ricerca del significato profondo di un'opera (della sua visione del mondo, dei valori etici a cui si  ispira, delle conoscenze e interpretazioni che trasmette) è la ragione più vera dell'accostarsi alla letteratura, e in particolare alla grande letteratura, come lei afferma; a meno di non considerare il testo letterario come un puro gioco formale o come uno spazio di evasione dalla realtà, cedendo a una tentazione che spesso ritorna nella filosofia, ad esempio nel recente neo-realismo ontologico. Al contrario, nell'attenzione alle «posizioni morali ed epistemologiche espresse in un testo» fa piacere cogliere un sostanziale punto di incontro tra il pensiero analitico e la tradizione continentale; anche se forse, in tal senso, meriterebbe soffermarsi un poco sulla differenza tra gli aggettivi "cognitivo" e "conoscitivo", caratteristici dei due approcci. Il primo sembra infatti, in genere, rinviare all'attivazione o mobilizzazione di una conoscenza che già si possiede, e che va poi perfezionata in altra sede; il secondo tende invece ad implicare, in senso più forte, una conoscenza (o rivelazione) di un dato di cui prima non si disponeva.
È appunto questa diversa accezione, forse, ad aprire la via ad una possibile differenza tra l'approccio da lei suggerito e le posizioni del sito: se è vero che in quest'ultimo, ermeneuticamente, si presuppone che la conoscenza letteraria abbia un carattere più rilevante e pieno, mentre nella filosofia analitica pratica si ha  l'impressione, forse errata, di un rapporto con la letteratura
un po' strumentale. In altri termini, il testo letterario sembra visto come portatore di casi, ipotesi, esempi e tipizzazioni senz'altro utili, in una dimensione pratica e funzionale, per impostare con più efficacia determinate questioni filosofiche: questioni che poi appunto andranno affrontate più seriamente, e che quindi, come lei afferma, «la filosofia sistematizza e rende rigorose e coerenti». La letteratura è insomma utile a fini didattici;  è  un insieme di dati pre-filosofici, di riflessioni implicite, articolate ma non troppo consapevoli, che poi il filosofo si incarica di chiarire.
Una posizione 
del genere, in effetti, rischia di essere un po' imbarazzante per i letterati, i critici e gli estetologi di tradizione continentale, o comunque legati a un'idea meno pratica e strumentale della letteratura. Senza dubbio, questa impostazione rischia spesso di sconfinare nella religione romantica dell'arte (o nell'enfasi post-heideggeriana per cui  l'opera letteraria è sempre un evento inaugurale, l'apertura di un mondo o la messa in opera della verità); non è però necessario cedere a questa retorica, per ritenere che l'opera artistica e letteraria sia un'esperienza molto rilevante in senso conoscitivo, capace di veicolare conoscenze e interpretazioni nuove, e quindi un po' renitente ad essere usata come introduzione pratico-didattica o come campionario di casi concreti, anche se in genere imprecisi, per l'etica. In tal senso ci si potrebbe domandare, con una garbata provocazione, se è la letteratura a costituire un insieme di riflessioni pre-filosofiche, o non è piuttosto la filosofia pratica a proporre un insieme di sistemazioni post-letterarie; ovvero, se sia davvero la filosofia a «far digerire» agli studenti i classici della letteratura, o viceversa.
Suggerito questo, forse con un eccesso di trasporto per la letteratura, le posizioni da lei indicate sono più che legittime e molto interessanti, e ad esse il sito è ovviamente aperto. In tal senso, dispiace averle dato l'impressione di uno scarso pluralismo; non solo la rubrica "In dialogo con" che ospita il nostro scambio di opinioni, ma anche la sezione "Interventi", recentemente inaugurata, vorrebbero invece operare nel senso opposto, coinvolgendo nel dibattito sui rapporti fra etica e letteratura le voci più diverse, con tutti gli ampliamenti e gli arricchimenti che da ciò arriveranno.