Etica e letteratura

In dialogo con

Valeria Scorpioni
Valeria Scorpioni è stata Professore associato di Letteratura spagnola presso l'Università di Torino. È autrice di numerosi lavori di esegesi e critica letteraria, di recensioni e traduzioni. Fra i suoi volumi più recenti ricordiamo Effetti speciali in letteratura. Il romanzo spagnolo verso il “pastiche” (2000)  e Breve guida agli ultimi due secoli della letteratura spagnola (2007).

Certamente non sono crociana e non credo in alcun modo al carattere intuitivo della poesia (o letteratura in generale). È vero che la mia formazione è stata – in anni universitari – formalistica e strutturalista, ma sono convinta di aver appreso solo un metodo, una "chiave", per arrivare ai messaggi e non fraintenderli. Credo che il testo sia l'unica realtà tangibile con cui è possibile confrontarsi, studiandone  in prima istanza i significanti: questi, però, portano a significati, concetti, contenuti, intenzioni…
Quando Blas de Otero scrive «sombra del romero, […] laurel asesino […] , […] misteriosas sandalias», al di là della tessitura prosodica e dell'impianto retorico, esprime un severo giudizio sui poteri dominanti la Spagna (militare, politico, religioso): ma per capirlo occorre innanzitutto decodificare le metafore. Lo stesso poeta invitava a ciò scrivendo «escribo y callo». Se qualcuno vuol dire qualcosa può farlo in modo prosastico o in veste letteraria: tutto sta a capirlo e operare di conseguenza con i mezzi a disposizione. Credo che forma e contenuto siano inscindibili: la letteratura rappresenta un messaggio privilegiato suscettibile di riduzione.
Quanto alla  scuola, essa ha pesantemente svuotato di significato la letteratura, riducendola a un guscio di supposti messaggi morali rispondenti al "diktat" del momento e dando della forma in cui sono espressi solo notizie di carattere storico-erudito (le testimonianze sono infinite).
Credo che la letteratura sia un viaggio attraverso luoghi da esplorare pazientemente per giungere a esperienze che ci sono vicine.
Quando parli di «esplorare pazientemente» un testo letterario per decodificarne le metafore e coglierne il significato profondo (i concetti, i contenuti, le intenzioni che vi sono sottese), mi riporti alla memoria quanto Nietzsche scriveva nella prefazione di Aurora: «Noi siamo entrambi amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire maestri della lettura lenta». La filologia era per Nietzsche quello che oggi, per noi, può essere anche il metodo strutturalista della tua formazione, una pratica interpretativa che esige «soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento». Appunto in questa lentezza risiedeva per Nietzsche la sua necessità, che gli risultava già evidente alla fine dell'Ottocento, ovvero «nel cuore di un'epoca [...] della fretta, della precipitazione [...] che vuol "sbrigare" immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo». Al contrario la filologia (attualizzando, il confronto ravvicinato con il testo in quanto unica realtà tangibile dell'analisi, e insieme come ponte per passare dal significante al significato) «insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati».
È possibile che l'attenzione specifica alla parola letteraria, alle sue stratificazioni di senso ma soprattutto alle sue strutture formali, espressive e retoriche, ci aiuti anche a demistificare i messaggi contemporanei che appartengono ad altri registri: penso in particolare ai messaggi performativi della pubblicità, all'infotainment televisivo e alle varie forme di populismo mediatico. Ma l'attenzione al testo ha soprattutto un valore in sé. Non credo che questo consista primariamente nel rapporto con l'autore e nell'apertura etico-dialogica nei suoi confronti, come ha sostenuto di recente Ezio Raimondi in Un'etica del lettore (2007), riprendendo alcune tesi già enunciate ne Il volto nelle parole (1988). Nella premessa a quest'ultimo volume, in contrapposizione alla «morte dell'autore» di Barthes e alla «fine del soggetto» di Foucault, Raimondi si richiamava infatti a Bachtin e a Lévinas, appunto nel tentativo di recuperare una figura personalistica e umanistica dell'autore, con cui il lettore istituirebbe una relazione etica primaria di riconoscimento, ascolto e dialogo. A questo fine Il volto nelle parole citava anche  Hesse, Brodskij e Whitman: testimoni forse un po' interessati, se è vero che gli autori, per motivi senz'altro comprensibili, non sembrano i più inclini a indebolire il proprio ruolo.
L'attenzione per il testo letterario, mi pare, è legata innanzitutto al suo carattere di esperienza conoscitiva. In questo senso, trovo molto bella la
tua affermazione finale: «Credo che la letteratura sia un viaggio attraverso luoghi da esplorare pazientemente per giungere a esperienze che ci sono vicine». Nel termine tedesco per esperienza, Erfahrung, risuona appunto l'etimo di fahren, viaggiare: e se già Hegel definiva la Fenomenologia dello spirito come «i miei viaggi di scoperta», i filosofi che hanno interpretato la verità dell'arte in base alla nozione hegeliana di
Erfahrung, in particolare Gadamer in Verità e metodo, vi fanno appunto risuonare l'idea del viaggio come esperienza che trasforma in profondità chi la compie, e proprio per questo è portatrice di verità. L'esperienza letteraria come viaggio è stata anche al centro dell'attenzione dei critici strutturalisti, ad esempio Maria Corti che, ne Il viaggio testuale einaudiano del 1978, propone numerosi e puntuali riferimenti a Gracq, Calvino,  Mandel'stam,  García Lorca (La imagen poética de don Luis de Góngora) e Machado («Caminante, no hay camino / se hace camino al andar. / Al andar se hace camino», dove è impossibile tracciare un confine tra la ricerca vitale e quella poetica del cammino).
Penso poi che l'attenzione all'opera letteraria sia legata, sempre in chiave testuale e non "autoriale", al fatto che essa
affida ciò di cui parla al ricordo del lettore, e quindi conserva la memoria di ciò che è andato perduto. Proprio l'intima connotazione affettiva, oltre che conoscitiva, con cui le poesie, i racconti e i romanzi portano necessariamente in sé le tracce del passato, permette di distinguerli dalle molte registrazioni documentali che tramano (e invadono) la modernità, su cui alcuni filosofi si sono assai soffermati. Anche questa funzione memoriale del testo implica che il nucleo dell'esperienza letteraria, almeno nella prospettiva più attuale, risiede nel messaggio, e nelle cose, persone, eventi a cui esso rinvia: in altri termini, risiede nel ponte tra significante e significato che tu tracci, e non nella figura dell'autore, nella sua centralità estetica o personale. Questa priorità dell'artista creatore, che risuona ancora in Raimondi e che rimanda in fondo all'idea del genio romantico come alter deus, mi pare oggi un po' desueta.
Forse, nella sua attenzione costitutiva al testo letterario e alle persone o cose a cui il testo rinvia, il filologo di Nietzsche e il lettore-viaggiatore paziente che tu descrivi non sono di necessità migliori, cioè più tolleranti e più democratici, rispetto alle altre persone. Ma nell'ascolto e nella decifrazione paziente di un'opera c'è senza dubbio un nucleo etico su cui merita riflettere, anche per definire meglio quella che potremmo chiamare un'etica del letterato, parente prossima dell'etica della letteratura.