Etica e letteratura

In dialogo con

Giovanni Carpinelli
Giovanni Carpinelli insegna Storia contemporanea presso l’Università di Torino. Studioso del movimento comunista e della socialdemocrazia, ha scritto i volumi Il volto oscuro della modernità. Esperienze totalitarie e stermini (2001) e Israele e Palestina: una terra per due. Le radici della guerra, le parole del conflitto (con Claudio Vercelli, 2005).

Vorrei segnalarti alcuni stralci della relazione La bellezza e il sacro che il filosofo Roger Scruton ha tenuto nello scorso dicembre a Roma, al convegno «Dio oggi». Per Scruton, definire la bellezza è un'impresa necessaria ma impossibile; tuttavia  il bello è legato al divino, in quanto «nel creare bellezza l'artista rende gloria alla creazione di Dio. […] L'arte è un tributo umano alla forza creatrice che regola l'universo». Dopo aver tracciato un breve riassunto di questo legame nelle civiltà occidentali e orientali, Scruton rileva che «l'arte iniziata con Édouard Manet, Charles Baudelaire e Richard Wagner» è stata solo marginalmente cristiana, e ha anzi mostrato  «numerosi elementi pagani e scettici»; proprio per questo, però, è stata molto cauta nel cercare di non perdere in bellezza, perché «in un mondo in cui Dio sembra più difficile da trovare e più difficile da tenersi stretto, l'arte si dedica all'inseguimento del bello con urgenza massima». La prima arte moderna, quindi, «si configura come il tentativo di santificare il nostro mondo attraverso il perseguimento della bellezza artistica. […] È questo il compito che artisti quali Paul Cézanne e Vincent van Gogh, poeti come T.S. Eliot e Anna Akhmatova, nonché compositori come Benjamin Britten e Alban Berg hanno tutti assunto per sé». Questo non vale solo per «le poesie dell'Akhmatova, gli scritti di Boris Pasternak, la musica di Dmitri Šostakovic»; qualcosa di analogo «si dovrebbe dire dei Quattro quartetti di Eliot, di War Requiem e Curlew River di Britten e della Chapelle du Rosaire a Vence di Henri Matisse».

Negli ultimi decenni, però, il mondo dell'arte ha vissuto un cambiamento improvviso. Invece di inseguire la bellezza, «gli artisti hanno iniziato a glorificare la bruttezza. Immagini di brutalità e distruzione, racconti di stili di vita viziosi e ripugnanti, musica di una sgradevolezza vessatoria o di una violenza folle e spietata: queste cose sono rapidamente divenute la moneta corrente delle scuole d'arte e delle mostre, dei media popolari e delle sale da concerto». Come esempio, Scruton indica i ritratti dei fratelli Chapman, l'heavy metal più aggressivo, l'attività dell'IRCAM (Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique) di Pierre Boulez, la letteratura dello squartamento di Thomas Harris, la cinematografia di Quentin Tarantino. «Ovviamente, nell'arte moderna non tutto è così: vi è una distinzione importante fra l'arte che dissacra la vita e l'arte che semplicemente mette in scena i detriti della vita, con una scossa no comment delle spalle, come avviene con i prodotti serializzati di Andy Warhol o con i ripetitivi modelli sonori di Steve Reich e Philip Glass. Eppure l'inoffensività di queste posture vuote è un'altra forma di offesa, un insulto arrecato all'intero genere umano da persone per le quali nulla conta di più di una Brillo Box o è più interessante di una sequenza infinita di trittici mutevoli».

La dissacrazione, per Scruton, è appunto una forma di difesa dal sacro, una rivolta contro il divino. Tanti artisti si rifiutano oggi di camminare lungo il sentiero della bellezza, perché sanno che conduce a Dio. «Siccome la bellezza ci ricorda del sacro – e anzi di una forma speciale di esso –, anche la bellezza deve venire dissacrata. [...] Questa dissacrazione ostinata è quindi una negazione dell'amore: un tentativo di rifare il mondo come se l'amore non ne facesse più parte. E questa, sicuramente, è la caratteristica più importante della cultura postmoderna: che è una cultura senza amore, decisa a ritrarre il mondo umano come non amabile».  Per rispondere alla pratica della dissacrazione, il cui «penetrante rumore [è] amplificato ora da Internet», occorre ricondurre l'arte alla bellezza e alla creatività, come mostrano «gli apostoli veri della bellezza nel nostro tempo –  penso a compositori come Dutilleux e Olivier Messiaen, a poeti come Derek Walcott e Tomlison, a prosatori come Italo Calvino e Aleksandr I. Solzenicyn», operando nello «spirito di Wallace Stevens e di Samuel Barber (o diciamo, per gl'italiani, di Eugenio Montale e di Antonio Bertolucci)».

Molte grazie per il testo di Scruton che mi hai segnalato: un testo bello nel senso proprio della "bellezza", e quindi idealmente rotondo, armonico e rispondente (e qua e là, se è consentito, un po' retorico). Nonostante la sua irritazione per i guasti del presente, è fondato su una visione del mondo conciliata e simmetrica, rassicurante nella sua perfezione costruttiva; lungi dal pensare che il caos si annidi nella struttura stessa del reale, Scruton guarda al cosmo come a una creazione coerente e regolata, espressione di un ordine morale e spirituale che, di fatto, può essere turbato solo dal malanimo e dalla malafede degli artisti contemporanei. Nel suo ricondurre esplicitamente la bellezza a Dio (e quindi, a monte, nella sua identificazione metafisica tra il Vero, il Bello e il Bene), Scruton mi sembra situabile nella prospettiva tomista più tradizionale; guardando ai suoi tratti più generali e metafisici, e mettendo da parte la sua polemica nei confronti dell'arte odierna, l'intervento avrebbe potuto essere scritto in un punto a piacere degli ultimi secoli, grazie anche a una certa impermeabilità alle riflessioni estetiche più recenti.

Ciò che, secondo me, mette in difficoltà la visione di Scruton non è il suo legame stretto con la religione cristiana (che qui peraltro è vista nei suoi aspetti gloriosi e trionfali, come sistema d'ordine politico e concettuale, e in un'ottica un po' annessionista rispetto ad altre esperienze della trascendenza). Un'espressione particolarmente suggestiva di questa riconduzione del Bello a Dio si ha in una lettera pastorale che Carlo Maria Martini ha indirizzato ai suoi fedeli nel 1999, quando era vescovo di Milano, e che è stata pubblicata con il titolo Quale bellezza salverà il mondo?. A questa domanda, quella che l'ateo Ippolit poneva al principe Myskin ne L'idiota di Dostoevskij, Martini risponde appunto che «la bellezza che salva il mondo è l'amore che condivide il dolore», ricorrendo a un'affermazione dal carattere esplicitamente cristologico, e non estetologico. In altri termini, la bellezza esaminata da Martini non è «la bellezza seducente, che allontana dalla vera meta cui tende il nostro cuore inquieto: è invece […] la bellezza di Dio», analizzata in seguito come «Bellezza che salva» attraverso i misteri della trasfigurazione di Cristo, della Trinità e della Pasqua.

Ciò che crea problemi alla posizione di Scruton non è neppure la genericità di certe sue tesi («La cultura postmoderna è una cultura senza amore»), il suo rapporto con l'arte en philosophe, un po' distanziato e strumentale, o il suo atteggiamento di lode per il passato. Il problema è che oggi la bellezza non manca affatto, anzi è presente sempre e ovunque, nel quotidiano estetizzato dell'Occidente, attraverso la pubblicità e il marketing: ovvero in forme molto difficili da distinguere dalla bellezza tradizionale, sia concettualmente, sia linguisticamente (un bel vestito, una bella macchina, un bel look, una bella vetrina: è un'intera società che sbaglia a usare questo termine, o è il termine che va ripensato?). Quando Scruton fa appello alla bellezza come esperienza rotonda, conciliante, armonica e apologetica dell'esistente, quando indica una «via positiva della bellezza» o afferma che «all'arte chiediamo di riassicurarci sulla sensatezza della vita in questo mondo», non parla in realtà di arte, ma di pubblicità, e attua lui stesso una sorta di pubblicità religiosa. Non a caso gli esempi proposti da Scruton fanno un po' Mulino Bianco («La bellezza delle strade ordinate e dei visi gioiosi, delle forme naturali e dei paesaggi cordiali») o ricordano una sceneggiatura pubblicitaria tout court: «Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove […] nulla invade i vostri pensieri eccetto i vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro […] un uccello esplode nel canto in un giardino […] il vostro cuore si colma di gioia e i vostri pensieri egoistici si dissipano».

Non stupisce che, di fronte a una bellezza ormai divenuta funzione della pubblicità, del marketing e dei consumi, nel corso del Novecento le arti (e le estetiche) siano andate in altre direzioni. Questo non è accaduto per l'intrinseca e orgogliosa malvagità degli artisti, o per la loro renitenza ad usare le forme espressive della tradizione, anche se consumate dalla loro stessa vicenda storica: è accaduto per la necessità di interpretare un mondo in cui, dietro le facciate concilianti e zuccherose di volta in volta allestite dal potere di turno, occorreva dar conto delle lacerazioni e delle sofferenze dell'uomo, senza tradirle. In questo senso, per la Teoria estetica di Adorno, ciò che l'arte contemporanea deve esprimere «non è più ideale e armonia; il suo aspetto liberatorio ha sede unicamente ancora nel contraddittorio e nel dissonante». Sempre per Adorno, l'arte non può che rinunciare a mostrare esplicitamente il senso; ma «in tale inflessibile rinuncia alla felicità infantile […] l'arte è allegoria di una felicità che è presente senza parere». Con buona pace di Scruton, l'esperienza artistica deve rinunciare all'«idiozia del positivo», per ottenere un fascino che «conduce la nuova arte in una terra di nessuno, che sta in rappresentanza della terra abitabile». Quella degli artisti non è quindi una colpa morale, accusa a cui spesso il tradizionalismo ricorre in modo pavloviano; è piuttosto una necessità storica, e forse anche una scelta etica, se la si interpreta come atto di onestà testimoniale. Appunto questa necessità di fatto mette fuori gioco posizioni come quella di Dostoevskij, degne di autentica venerazione storico-culturale, ma concepite quando non esistevano ancora la cultura di massa, la società dello spettacolo, la pubblicità, l'estetico diffuso, la spettacolarizzazione della politica. Mi sembra essenziale, oggi, giocare l'esperienza artistica contro l'estetico diffuso, e quindi contro la pervasività della logica economica; credo però che si debba rinunciare al concetto tradizionale di bellezza, o quantomeno metterlo tra parentesi.
Non avevo associato alla segnalazione nessuna considerazione. Adesso proverei a dire alcune cose. Scruton è noto come un filosofo conservatore, ma è anche uno che riesce a farsi leggere da molti. Questi elementi di ordine generale mi sono parsi di un certo interesse solo dopo la tua risposta. Certe considerazioni di Scruton sono facili, starei per dire demagogiche, e aiutano a spiegare il suo successo. Tu per questo sei senza pietà, non lasci passare nulla. Cerchi il rigore e la profondità, per questo diffidi delle musichette orecchiabili. Va bene, capisco. E capisco anche il rifiuto che opponi alla banalizzazione della bellezza. Alla fine non è bello ciò che è bello, ma ciò che ci viene imposto come tale e ciò che è apparso bello a tutti (o quasi) nel corso del tempo. Tutte queste concessioni alla critica però non mi impediscono di apprezzare nel testo di Scruton la capacità di segnalare un problema importante: il bisogno di bellezza che non è lontano dal bisogno di senso. A questo non si può rispondere, a mio parere, solo con i distinguo all'interno di una nobile tradizione di pensiero. È possibile ritrovare la bellezza? E perché bello deve essere solo sinonimo di piacevole? Non ci può essere una bellezza dell’orrido? Anche Eco ha di recente scritto su questo, mi pare. Può darsi che io arrivi a questo tipo di posizioni per una via impropria, politica per così dire: mentre la sinistra si perde in sottili disquisizioni su ciò che sarebbe meglio fare, la destra offre certezze e dà se non altro l'impressione di fare. Tertium non datur? Questo è il problema sul quale varrebbe la pena di soffermarsi.  Scruton mi ha fatto ritrovare l'esigenza insoddisfatta di una ricerca su questi temi. Non sarei capace di andare molto lontano, mancando degli strumenti tecnici. Ma sento quell'esigenza, era questo il mio messaggio al di là del contenuto occasionale.

In effetti, parlando di "ricerca di senso" esprimi con efficacia la ragione di fondo che ha ispirato l'estetica europea degli ultimi due secoli, ovvero quella che Jean-Marie Schaeffer, in L'arte dell'età moderna, ha definito polemicamente come la «teoria speculativa dell'Arte»: una sacralizzazione filosofica dell'esperienza artistica in quanto conoscenza ontologica, «sapere fondamentale» e «sapere relativo ai fondamenti» che accomuna Novalis, Schlegel, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Lukács, Benjamin e Adorno (e che, per Schaeffer, andrebbe interrotta ritornando a Kant). Dunque ci troviamo in buona compagnia. Però: perché questa "ricerca di senso" deve essere di necessità declinata come "ricerca di bellezza"? Il concetto tradizionale di bellezza, ancora centrale in Hegel, perde progressivamente impiego e rilevanza, fino ad essere del tutto negativo in Adorno. Senza voler accomunare questi casi differenti, la bellezza viene accantonata vuoi perché antiquata, vuoi perché poco maneggevole, vuoi per pudore espressivo, vuoi (e soprattutto) perché inadeguata appunto rispetto alla "ricerca di senso". Giustamente tu accenni a una bellezza dell'orrido, che tecnicamente rinvierebbe non al bello, ma al sublime; e ad esempio Jean-François Lyotard ha interpretato l'arte novecentesca, di avanguardia e postmoderna (fino al post-human più truculento, dunque, con buona pace di Scruton) appunto come un'arte del sublime, e non del bello. Già in Kant, d'altronde, l'esperienza del sublime mette in rapporto l'uomo con la sproporzione e l'incommensurabilità, cioè con l'infinito.

Una controprova dell'inadeguatezza del concetto è appunto l'uso che ne fa Scruton, con eccesso di timpani ed ottoni, sguardo puntato ai cieli più alti, dito levato ai valori più sacri. A questo uso retorico, da Big Brass Band conservatrice, si accompagnano elenchi un po' enfatici di artisti esemplari, spesso fra loro incompatibili, con qualche inesattezza individuativa (Bertolucci è Attilio, non Antonio) e qua e là con compressioni storiche (se è vero che a Berg erano rivolte, all'epoca, le stesse accuse che oggi Scruton indirizza all'IRCAM di Boulez): il che fa sospettare che qui non si ricerca il senso, o un senso, nell'esperienza artistica, la si usa come pretesto retorico, polemico ed esortativo. Questo impiego strumentale e generalizzante è molto diffuso in sede filosofica, dove spesso si incontrano dotte analisi dell'arte in sé, teoriche ed astratte, senza il minimo  riferimento a un'opera concreta. Absit iniuria verbis nei confronti di Scruton, filosofo molto più importante di chi lo sta criticando, ma non si colgono indizi che il poeta x o l'artista y gli abbiano davvero detto qualcosa (gli abbiano dato un senso di cui non disponesse già in anticipo, come filosofo o come credente). Il senso, mi sembra, Scruton lo possiede già perfettamente senza la letteratura, la musica e le arti visive: le usa per sostenere una tesi già confezionata, e la sua enfasi è spia stilistica di tale operazione.

Per un pensatore tradizionalista, è abbastanza scontato accusare l'arte odierna di orgoglio blasfemo e luciferino («La dissacrazione è una sorta di difesa dal sacro, un tentativo di distruggerne le pretese. Davanti alle cose sacre le nostre vite vengono giudicate; e per sfuggire a quel giudizio, noi distruggiamo la cosa che sembra accusarci»); ed è altrettanto facile accusare gli artisti di mediocrità («È il marchio di un artista di secondo piano il portare alla nostra attenzione quella strada, vale a dire la via negativa della dissacrazione»). Più difficile è ascoltare l'arte contemporanea, avvicinarsi ad essa e interrogarla criticamente: un'impresa problematizzante, e dunque diversa dalle semplificazioni e dagli slogan ideologici (non così distanti dai pay-off pubblicitari) grazie a cui Scruton, come tu osservi, «riesce a farsi leggere da molti». È vero che la destra sa offrire certezze, mentre la sinistra ama avvilupparsi nelle più fumose complessità; ma una buona strategia è mostrare che le certezze e le semplificazioni servono a raggirare le persone, a tenerle povere in termini culturali, sociali ed economici.

Ti segnalo ancora, sempre di Scruton, il volume Beauty (Oxford University Press, 2009), di cui alcuni estratti sono stati recentemente pubblicati sull'edizione on-line del «Times» di Londra. Anche qui, «in an age of declining faith, art bears enduring witness to the spiritual hunger and immortal longings of our species». Per questo motivo, l'educazione all'arte è più importante oggi che in qualsiasi altro periodo storico. Riprendendo alcune affermazioni di Wagner, per Scruton l'arte è chiamata a salvare il nucleo principale della religione: «Even for the unbeliever, therefore, the "real presence" of the sacred is now one of the highest gifts of art». La forma più diffusa di degradazione dell'esperienza artistica è data dal kitsch, di cui Scruton traccia una breve storia in riferimento sia all'arte vera e propria, sia alla religione. I due ambiti gli paiono infatti collegati: «Simply put, kitsch is a disease of faith. […] The Disneyfication of art is simply one aspect of the Disneyfication of faith – and both involve a profanation of our highest values». L'arte è il contrario del kitsch: «Art cannot live in the world of kitsch […]. True art is an appeal to our higher nature, an attempt to affirm that other kingdom in which moral and spiritual order prevails. […] It is the real presence of our spiritual ideals. That is why art matters. Without the conscious pursuit of beauty we risk falling into a world of addictive pleasures and routine desecration, a world in which the worthwhileness of human life is no longer clearly perceivable».

Il nucleo centrale della bellezza è costituito dal sacrificio, già tematizzato dalla tragedia classica. «The deaths that occur in real tragedies are bearable to us because we see them under the aspect of sacrifice. The tragic hero is both self-sacrificed and a sacrificial victim; and the awe that we feel at his death is in some way redemptive, a proof that his life was worthwhile. Love and affection between people is real only to the extent that it prepares the way for sacrifice – whether the petits soins that bind Marcel to Saint Loup, or the proof offered by Alcestis, who dies for her husband. Sacrifice is the core of virtue, the origin of meaning and the true theme of high art». Sempre secondo Scruton, il sacrificio può essere eluso tramite il kitsch, oppure può essere svuotato di senso attraverso la dissacrazione dell'arte postmoderna. «But, when sacrifice is present and respected, life redeems itself; it becomes an object of contemplation, something that "bears looking at", and which attracts our admiration and our love. This connection between sacrifice and love is presented in the rituals and stories of religion. It is also the recurring theme of art. […] Beauty is vanishing from our world because we live as though it did not matter; and we live that way because we have lost the habit of sacrifice and are striving always to avoid it. The false art of our time, mired in kitsch and desecration, is one sign of this».

Grazie dell'inoltro di quest'altro intervento di Scruton, che si conferma pensatore piuttosto lontano dai miei orizzonti. Il legame reazionario tra bellezza e sacrificio (o meglio, e più ampiamente, la tesi secondo cui «sacrifice is the core of virtue, the origin of meaning and the true theme of high art») mi sembra fatto apposta per accompagnare le truppe al fronte, rimanendo ovviamente nelle retrovie filosofiche. Non a caso, infatti, il discorso di Scruton va subito a cadere sui massacri della Prima Guerra Mondiale: «When, in the carnage of the Great War, poets tried to make sense of the destruction that lay all around, it was in full consciousness that kitsch merely compounded the fault. Their effort was not to deny the horror, but to find a way of seeing it in sacrificial terms. From this effort were born the war poems of Wilfred Owen and, later, the War Requiem of Benjamin Britten».

A parte ogni genericità nell'individuazione del vero tema dell'arte, difficilmente rinvenibile in questi termini, è strano che un filosofo religioso come Scruton non tenga conto dell'ipotesi che il sacro/sacrificio, con tutta la carica di violenza arcaica che lo integra, sia stato appunto superato una volta per tutte dal sacrificio di Cristo, che si è offerto come vittima religiosa ultima e conclusiva (è la tesi sostenuta da René Girard, a partire da La violenza e il sacro del 1972). Da un altro e connesso punto di vista, il sacro implica propriamente la separazione assoluta, il divario incolmabile con il divino. L'incarnazione di Cristo, in quanto kénosis, rappresenta invece un collegamento e una compenetrazione tra le due dimensioni, e come tale squalifica definitivamente la sacralità arcaica (è la tesi di Vattimo, per il quale il cristianesimo non è in alcun modo una religione del sacro).

Se è possibile riassumere il nucleo del nostro dialogo, avanzerei l'ipotesi che la bellezza sia oggi utilizzabile solo più come concetto di transito. Per documentare in termini filosofici questa affermazione, occorrerebbe un'analisi molto più ampia di quella consentita qui, che esamini sia il pensiero teorico più recente (Bodei, Vercellone, Heller) sia alcuni suggerimenti junghiani (Zoja): è un lavoro che, per la verità, mi piacerebbe fare in futuro. Nella critica letteraria, artistica, musicale il concetto di bellezza compare oggi con estrema parsimonia, come  espressione riassuntiva o compendiaria, come puro tramite per passare subito altrove, cioè per articolare in modo specifico tutto ciò che rende significativa, efficace, profonda e vera l'opera analizzata. Nel pensiero teologico di Martini, la bellezza è immagine di Cristo, e quindi è tramite esplicito (e convincente) verso la carità, il superamento dell'individualismo, il «dialogo con i non credenti quale forma di comune ricerca della Bellezza che salva»; in Scruton la bellezza è tramite, assai meno convincente, al sacrificio personale e collettivo.

Ma in Scruton c'è anche un altro rischio, tradito dall'enfasi un po' sospetta con cui polemizza contro il kitsch. È il rischio implicito nella posizione di chi, anziché usare la bellezza come concetto-ponte, anche eventualmente in direzioni discutibili, vi staziona con compiacimento teorico e retorico, e quindi con magniloquenza, sdegno per il degrado attuale, appelli enfatici ai valori supremi. In questo risiedere intensivo nella dimensione della bellezza, infatti, è sempre latente il pericolo dell'estetismo, a sua volta parente prossimo o secret sharer del kitsch in quanto arte voluta e sempre, costitutivamente, mancata. Ad esempio, per Scruton il kitsch premoderno e la dissacrazione postmoderna non forniscono all'uomo di oggi «icons to be revered», ma determinano «a retreat from the higher life and a rejection of its principal sign, which is beauty. But both point to the real difficulty, in modern conditions, of leading a life in which beauty has a central place»: affermazione in cui kitsch respinto, kitsch inconsapevole ed estetismo paiono difficilmente districabili.

Naturalmente, la bellezza non ha solo le valenze tradizionali sin qui criticate. Per lo stesso Adorno l'arte di avanguardia ha una sua peculiare bellezza, perché anche le opere che si impediscono di essere festa e consolazione, «segni dimentichi di se stessi» che, nella loro luce oscura, «rendono testimonianza di una giusta coscienza», non cancellano il proprio splendore, anzi ne acquistano tanto di più, quanto più sono riuscite. La bellezza può poi essere indice di un'esperienza posta, in ogni senso, sulle soglie del nulla; come tale è ancora più significativa, se vista in controluce rispetto alla retorica dei valori e del sacrificio. Lo suggeriscono alcuni versi di Quarta dimensione del poeta greco Ghiannis Ritsos (1909-1990) in cui parla Crisòtemi, figlia di Clitennestra.

                                                           Mia madre, sventurata,

ha pagato tutto d'un colpo. Non l'ho mai vista piangere

o supplicare. Solo nell'istante supremo i suoi occhi oscuri

si fissarono, immensi, attoniti, bellissimi, come avessero afferrato di colpo

tutto il senso della vita, tutta la vanità d'ogni potere,

forse anche tutto il senso della bellezza – sempre inaccessibile

               e tuttavia vissuta.

 

"Il senso del bello", ricordo diceva il nostro precettore, "è collegato sempre

all'idea dell'inutile". E solo il bello credo possa reggere

di fronte all'inesplicabile vanità del tutto, senza speranza

di giustizia o di redenzione.

(Traduzione di Nicola Crocetti)