Etica e letteratura

In dialogo con

Maria Rosso
Maria Rosso è Professore ordinario di Letteratura spagnola presso l'Università di Milano. Autrice di monografie su Luis Cernuda (La voce, l'eco, il silenzio, 1994) e su Leopoldo Alas "Clarín" (El narrador y el personaje, 2001), ha recentemente curato l'antologia I poeti del Ventisette (Marsilio, 2008).

Chi da anni insegna letteratura oggi deve forse riformulare i propri obiettivi e, soprattutto, renderli credibili alle nuove generazioni di studenti, sempre più immersi in un contesto tecnologico, dove gli innegabili vantaggi di una diffusione ad ampio raggio possono, come contropartita, incappare negli ostacoli del consumismo o di un certo tipo di utilitarismo limitante. Nella mia attività docente, ho la sensazione di trovarmi di fronte a destinatari sempre più variegati. Accanto a giovani lettori che ancora subiscono il fascino delle pagine dei libri, è evidente che altri affrontano i classici letterari del passato come resti arcaici, che ormai hanno esaurito una funzione attiva nel presente.
Mi interrogo sui valori, etici e pragmatici, che posso trasmettere durante le mie ore di lezione: conoscenza delle traiettorie gnoseologiche ed estetiche, capacità di decodificare un messaggio, di confrontarsi democraticamente con altri "mondi possibili", di coltivare la fantasia, ma anche lo spirito critico…
Conto sul dibattito che propone questo sito per giungere a definire non solo nuovi incentivi, ma anche metodologie didattiche che coinvolgano gli studenti in una materia viva e appassionante.
L'osservazione è interessante perché solleva il problema del valore didattico, e più ampiamente culturale, dell'etica della letteratura, sia in linea generale sia, più modestamente, nello specifico delle riflessioni proposte nel sito: riflessioni che appunto escludono che dai testi si debbano trarre dei messaggi etici diretti, che di regola implicano un uso strumentale dell'opera letteraria. Sullo sfondo, ovviamente, c'è il grande tema di quella che Gadamer chiama la «rottura della tradizione», cioè quella sensazione diffusa, tipica dell'età moderna, che la continuità della tradizione si è interrotta, non è più percepibile come un dato ovvio ed immediato. Proprio per questo motivo il passato, cioè la tradizione culturale a cui apparteniamo, necessita con sempre maggior urgenza di una mediazione, per essere compreso oggi: e l'ermeneutica gadameriana si propone appunto come una forma di integrazione tra il passato e il presente, come una mediazione tra il mondo dell'opera e quello del lettore. Superando le iniziali estraneità tra testo e  interprete, sempre secondo Gadamer, si dovrebbe giungere a una vera e propria «fusione di orizzonti»: espressione molto suggestiva dietro a cui, come spesso accade con i concetti filosofici, si nasconde una realtà grama, ovvero un compito didattico defatigante e improbo.
Senza dubbio, un'operazione-fusione del genere è più facile con gli studenti sensibili alla letteratura, e quindi già interessati alle opere. Rispetto ad essi l'alterità del testo è minore, i pregiudizi culturali (le precomprensioni o approssimazioni interpretative) sono più ridotte, e quella sequela di domande e risposte dal/al testo che costituisce il circolo ermeneutico ha, per così dire, un diametro più ristretto, già solo per il fatto di non svolgersi in partibus infidelium. In un contesto del genere, ovviamente
favorevole, si può confidare che l'idea di una letteratura come forma di conoscenza della realtà, di interpretazione di una verità umana (personale, esistenziale, psicologica, storica, sociale) concreta, trovi un'applicazione positiva: nel senso che la realtà fatta conoscere dall'opera, seppur attraverso strutture formali particolari e non "attuali", è sempre rapportabile (se non talvolta coincidente) con il vissuto e l'esperienza del lettore contemporaneo. Non solo le analogie, ma anche le differenze potranno così risultare interessanti e produttive.
Restano gli studenti che «affrontano i classici letterari del passato come resti arcaici», cioè gli studenti per i quali i testi rappresentano un'assoluta alterità. Non penso che questo dipenda, se non superficialmente, dal contenitore formale dell'opera letteraria, cioè dal libro cartaceo: per il semplice fatto che i testi si leggono anche on-line, e internet veicola messaggi prevalentemente scritti. Penso piuttosto che si tratti
di una distanza culturale, nel senso antropologico del termine. Qui, però, si può aprire una prospettiva etico-letteraria diversa da quella suggerita nelle considerazioni del sito. Lévinas e Derrida interpretano infatti l'etica come confronto con ciò che è totalmente altro e inappropriabile (il volto come immagine della trascendenza in Lévinas, la différance in Derrida), a cui si è però chiamati a dare accoglienza ed ospitalità; e anche il rapporto con il testo letterario, nelle pagine di Lévinas e di Derrida (o meglio in quelle dei loro esegeti), è letto in questa chiave. È una prospettiva che non ho molto approfondito, per due motivi diversi. Da un lato, anziché essere attenta alla specificità del testo letterario, mi sembra che questa prospettiva lo consideri come qualsiasi altra espressione linguistica; in un'ottica decostruzionista, tutto il linguaggio, letterario o no, è saturo di alterità, e quindi portatore di un'istanza etica. Dall'altro lato, questa alterità radicale e irriducibile mi sembra incompatibile con la tesi di fondo sostenuta nel sito, cioè con l'idea che la letteratura veicoli una conoscenza-comprensione empatica e immedesimativa, un Verstehen nel senso di Dilthey e dell'ermeneutica. Questa ipotesi mi sembra di fatto più realistica, e meno estrema, dell'alterità radicale per descrivere ciò che accade nel rapporto con il testo letterario, e più in generale in tutte le discipline umane.
Se però accettiamo l'ipotesi teorica dell'alterità radicale, la posizione del soggetto etico che, per Lévinas e Derrida, si trova davanti al "totalmente altro", e deve
farsene responsabile accogliendolo senza residui, non è troppo diversa da quella dello studente che percepisce un testo, ad esempio un classico della tradizione, come un quid del tutto estraneo. In pratica, lo studente in questione si trova di fronte al testo "straniero" (per la sua lingua e per la sua arcaicità) esattamente come, nella vita quotidiana del mondo globalizzato, si trova di fronte all'uomo straniero (all'individuo che parla un'altra lingua e che proviene da tradizioni diverse, anch'esse spesso percepite come arcaiche rispetto al nostro contesto tecnologico): uomo straniero che egli deve accettare eticamente senza residui, in particolare senza subordinare l'accoglienza alla conoscenza, ma che deve forse tentare di conoscere. È possibile che questo secondo stadio, quello del dialogo e dell'interpretazione incerta, necessariamente rivedibile e faticosa, vada oltre la prospettiva post-strutturalista e decostruzionista, e rientri nell'ipotesi ermeneutica. Non oso andare  più avanti  in questo raffronto teorico; spero solo che, con i tempi che corrono, l'idea delle opere del passato come "straniere" non contribuisca a renderle ancora più moleste...