Etica e letteratura

In dialogo con

Giovanni Carpinelli
Giovanni Carpinelli insegna Storia contemporanea presso l’Università di Torino. Studioso del movimento comunista e della socialdemocrazia, ha scritto i volumi Il volto oscuro della modernità. Esperienze totalitarie e stermini (2001) e Israele e Palestina: una terra per due. Le radici della guerra, le parole del conflitto (con Claudio Vercelli, 2005).

Ecco, vorrei reagire a ciò che viene detto nella parte finale del testo. Certo il significato dell'esperienza letteraria merita di essere ribadito e anche valorizzato in modo nuovo, se è possibile. Esiste il raziocinio tabellare, va bene. Ma che cos'è la letteratura in un quadro simile? È forse l'unico modello capace di opporsi al dominio della ragione strumentale? Capisco, nelle battute finali di una perorazione non c'è modo di collocare una visione dispiegata del mondo. Si procede per accenni, stando dietro al filo del discorso. Però in controluce viene fuori una contrapposizione assoluta che è molto lontana dalla realtà, una contrapposizione di modelli estremi. Possibile che la conoscenza partecipe, pietosa e preservante trovi nella letteratura il suo unico sbocco? e la conoscenza inespressa? voglio dire quella che non viene trascritta e tanto meno viene pubblicata... Non ci sono forse più cose in cielo e in terra di quante ne preveda un testo nel quale la letteratura si trova a fronteggiare il mostro, la piovra del raziocinio tabellare? Certo, non è il caso di esporre in poche righe e in fondo a un testo di altra natura tutta una visione del mondo, ma nel sito una riflessione sui rapporti tra la letteratura e la realtà di un mondo sottratto al dominio, per parlare come a Francoforte, una tale riflessione potrebbe prendere forma. Sarebbe secondo me un modo per restituire complessità a un quadro che forse merita una considerazione più attenta. La letteratura potrebbe acquistare a quel punto una configurazione diversa e più forte: il canto che si leva sopra l'anima del mondo e come parte di una più vasta tendenza a persistere nella vita dello spirito.

Riguardando con attenzione le pagine del sito, non mi pare sia detto veramente (né era nelle mie intenzioni dirlo) che la letteratura sia l'unico modello capace di opporsi alla ragione strumentale, o che la conoscenza partecipe, pietosa e preservante abbia luogo solo nell'esperienza letteraria. Allo stesso modo, non penso che il raziocinio tabellare sia necessariamente un mostro o una piovra. Pochi di noi, credo, rinuncerebbero a cuor leggero all'organizzazione moderna del mondo (al progresso medico-scientifico, all'articolazione e autonomia delle sfere di attività, al progetto di emancipazione degli individui, alla divisione dei poteri ecc.); il rischio è che la tipica forma mentis moderna, quella che di fatto sostiene e promuove l'organizzazione funzionale del mondo, venga applicata a tutte le sfere dell'esperienza umana, anche a quelle meno conferenti. Che questo rischio ci sia è testimoniato non solo dagli autori citati rapidamente (Schiller, Heidegger e Habermas, a cui si potrebbero aggiungere almeno Weber e Jung), ma soprattutto dalla nostra esperienza quotidiana di persone, o di fattori produttivi. Mi pare che la letteratura, nel suo modo specifico di operare, incorpori dei valori diversi dalla funzionalizzazione tecnico-economica; ma l'idea di affidare solo alla letteratura il compito di contrastare, o più semplicemente di contenere, il predominio del pensiero calcolante, idea che è della religione romantica dell'arte, e forse ancora di Adorno, è oggi quantomeno irrealistica.
L'impressione di eccessivo schematismo può forse essere indebolita, o almeno lo spero, attraverso due considerazioni. Innanzitutto, se la letteratura, in quanto forma di conoscenza partecipe, pietosa e preservante, si contrappone alla logica strumentale, è  per ciò stesso coerente con tutte le numerose esperienze sociali che non rientrano nella logica strumentale (volontariato, solidarietà, relazionalità, condivisione, dono). Inoltre, la letteratura è costitutivamente il luogo della molteplicità, tratto  che la rende abbastanza incompatibile con le pulsioni sistematiche del pensiero filosofico. È il luogo della molteplicità sia dal punto di vista tematico (la letteratura può parlare di qualunque cosa, cioè di tutto), sia dal punto di vista delle concezioni attraverso cui è interpretata (penso, ad esempio, all'idea gadameriana di una sostanziale continuità della tradizione, rispetto alla rottura dei paradigmi letterari teorizzata da Jauss); la cosa interessante è che
spesso, in riferimento al singolo testo, anche le concezioni più divergenti risultano ugualmente applicabili e produttive. In ogni caso, evidenziare un tratto significativo della realtà non intende escludere in linea di principio tutti gli altri; qualsiasi ragionamento implica una selezione di temi, che opera però nel senso del loro interesse, non della loro esistenza. È vero che spesso l'approccio filosofico tende ad essere troppo schematizzante, e appunto per questo la letteratura può avere su di esso un effetto correttivo; spero che questa convinzione di fondo non sia stata contraddetta nelle pagine del sito.
Infine, non so se la letteratura possa avere oggi una «configurazione più forte» (e così dispiegatamente hegeliana) come suggeriscono le osservazioni conclusive della domanda, suggestive e letterarie nel senso migliore del termine,  che si propongono come una sorta di paradigma ideale del compito  poetico. Temo che  oggi non sia più praticabile questo grandioso volo verso l'alto ma, più sommessamente, solo un richiamo sottovoce, una testimonianza singolare della «vita offesa» adorniana o di quegli «stracci e rifiuti» di cui Benjamin, non senza riferimento allo chiffonnier di Baudelaire,
parlava nel Passagen-Werk (N 1a, 8). Ovvero, se non si vuole insistere troppo sull'aspetto della marginalità, penso che alla nostra epoca competa una letteratura che, come si legge nella terza Tesi di filosofia della storia di Benjamin, «enumera gli avvenimenti senza distinguere tra i piccoli e i grandi, [e] tiene conto della verità che nulla di ciò che si è verificato va dato perduto per la storia».