Etica e letteratura

In dialogo con

Félix San Vicente

Félix San Vicente Santiago è Professore ordinario di Lingua spagnola presso l'Università di Bologna (sede di Forlì) e direttore del CLIRO (Centro Linguistico dei Poli Scientifico-Didattici della Romagna). Tra le sue ultime pubblicazioni, oltre ai  numerosi volumi collettivi da lui curati, si può ricordare  En este país. Millennium. El español de las ciencias sociales, CLUEB, Bologna 2007.


Quando ho aperto la tua pagina e ho letto l'argomento proposto su etica e letteratura mi è venuto in mente l'augurio che il neorettore dell'Università di Bologna ha mandato ieri a tutti gli studenti. So di essere lontano dalle tue intenzioni e rigore analitico ma mi permetto di fare un breve commento.

Il brano di maggior rilievo e credo novità in relazione ai suoi predecessori è stato questo: «Chi guida l'Ateneo ha il dovere primario di stabilire un clima di rispetto e collaborazione tra personale docente e personale tecnico amministrativo, e di adoperarsi perché l'Alma Mater sia per la nostra comunità, per i nostri studenti e per la società tutta un'autorità non solo scientifica e formativa ma anche morale». E conclude affidandosi alle parole del «maestro e poeta attento ai ventenni, David Maria Turoldo: "Ogni mattina, quando si alza il sole, inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno"». Lo stesso argomento è stato adoperato nell'augurio rivolto al personale, anche se questa volta senza citazione letteraria.

Come puoi vedere ha un taglio improntato sull'etica, il che va molto bene per questo e per tutti i tempi che io ho vissuto, ma mi soffermo brevemente sulla citazione.

Com'è ovvio, non è la prima volta che le citazioni letterarie compaiono in messaggi rettorali, per esempio di inaugurazione di anno accademico, e non è stata quindi per me una sorpresa. Le si trovano anche in altri personaggi pubblici. Ma mi sono subito chiesto se in altre culture, ed in particolare in quella spagnola, si possa dare un ruolo simile alla letteratura e non solo fra rettori. Raramente ho visto in personaggi pubblici citazioni di questo genere che non abbiano in sé un valore proverbiale (in genere prese da El Quijote o da Antonio Machado). Poi vengono adoperati dalla stampa come sottotitoli, spesso con valore polemico in quanto sunto di verità e come tale origine di tante negazioni.

Nessuna sorpresa nel vedere che il brano rettorale è stato proposto dalla stampa locale con la fotografia di Turoldo e un breve riassunto biografico, nello stile di «Repubblica».

Si può ben comprendere l'uso fatto dal neorettore della citazione di Turoldo, che esprime con efficacia il carattere inaugurale di una data esperienza personale o collettiva: in questo caso, del suo mandato accademico. Ma mi piace pensare che questo valga anche per il carattere inaugurale della poesia come tale, cioè per la sua capacità di aprire orizzonti di senso inediti, o nuovi mondi di significato: una capacità su cui, nel secolo scorso, ha insistito la riflessione dell'ultimo Heidegger.
Per altro verso, al di là di un'eventuale valenza retorica o celebrativa, l'impiego della citazione da parte del neorettore non mi sembra troppo differente da ciò che molti facciamo nel privato, quando ci richiamiamo a un'espressione letteraria per dare forma e significato a eventi, sentimenti, ideali o concetti che altrimenti rimarrebbero informi. È significativo, anche in termini etici, che l'uso di questa citazione non si risolva in un'esortazione diretta (dobbiamo essere bravi, come ci insegna Turoldo) ma si situi piuttosto in una dimensione conoscitiva, definendo l'orizzonte del nostro agire, il nuovo inizio che ci attende; e Turoldo, in effetti, lo fa  in maniera più discreta e convincente del dannunziano «Io rinasco ogni giorno».
Inoltre, merita riflettere sul fatto che questo uso della citazione letteraria come portatrice di significati operi, in pratica, più con la poesia che con il romanzo: se è vero che in Italia, a parte qualche celebre passaggio dei Promessi Sposi, si ricorre normalmente a citazioni di testi poetici. Non so se questo dipenda dalla tradizione letteraria italiana che, a differenza di quella spagnola, è approdata al grande romanzo nazionale solo piuttosto tardi, appunto con i Promessi Sposi; oppure se dipenda da una più facile memorizzabilità della poesia. Forse, però, questa preferenza deriva anche da un elemento strutturale della poesia come tale, in quanto genere letterario necessariamente conciso e concentrato. Su questo carattere micrologico o monadologico della poesia, capace di cogliere ciò che è veramente essenziale e quindi di illuminare, in forma immediata, fenomeni più complessi e articolati, ha riflettuto molto Benjamin: che appunto in questo senso, nel ricordo di Scholem, si augurava che l'intero Talmud potesse essere contenuto in un chicco di grano.